29/03/2008
E non potevo anch'io non testare lo strumento di collocazione partitica di OpenPolis. Ed ecco il risultato:



Alla luce di questo test, il primo partito a cui sono più vicino è il Pdl, poi seguono La Destra, il Partito Socialista, la Lega Nord e l'Udc. Sono più lontano, invece, dalla Sinistra Arcobaleno, dalla Sinistra Critica ed dal Partito Comunista dei Lavoratori. Non posso, dunque, che essere soddisfatto dall'esito di questo test, anche se si evince che ho alcune idee davvero policrome.

Se volete anche voi partecipare a questo termometro, cliccate nel seguente banner:

Elezioni 2008. Io sono qui. E tu dove sei?

Aggiornamento 19:11: Ho anche partecipato al test presente su Repubblica.it, chiamato Politometro. Ed ecco il risultato:


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categoria:politica, scienza politica
12/01/2007


Qui di seguito un mio scritto di 27 pagine, in formato word, su Thomas Jefferson. Buona lettura.

Thomas Jefferson



P.S.: Sono gradite recensioni al testo.



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categoria:politica, storia, scienza politica
31/10/2006
Karl Marx nacque nel 1818 e morì nel 1883, curiosamente nello stesso anno in cui nacque Benito Mussolini, padre del fascismo e “nonno” del nazismo. La famiglia del filosofo tedesco era ebrea successivamente passata al cristianesimo: uno dei tanti tratti di lui che non piaceva affatto al suo connazionale Adolf Hitler. Il suo sistema di pensiero fu originariamente influenzato da un altro tedesco, Hegel, quello della dialettica costituita da tesi, antitesi e sintesi. Nella sua vita fu soggetto a tre espulsioni, la prima dalla Germania, la seconda dalla Francia e la terza dal Belgio. Trovò fissa dimora a Londra, dove visse per 33 anni fino alla sua morte; passò soprattutto il suo tempo sulle scrivanie del British Museum. Per molti Karl Marx è il padre del comunismo, per alcuni è addirittura tacciato come russo, per analogia ideale con l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non ci credete? Provate ad intervistare dieci persone sulla nazionalità di Marx, dandogli quattro opportunità: a) Francia; b) Germania; c) Russia; d) Svizzera. Di certo qualcuno vi risponderà russo, ma ci sarà anche chi vi dirà che fu svizzero, così per spirito di neutralità. Ora, il suo nome è naturalmente accostato al sistema economico-politico socialista e comunista, ma Marx si dedicò soprattutto allo studio di ciò che chiamò capitalismo. La sua opera principale, infatti, la intitolò: Il Capitale. Ed in tutta la sua vastissima produzione vi sono pochissimi riferimenti a come si debba organizzare un’economia socialista o comunista, al di là di un breve elenco delle caratteristiche del comunismo che apparve nel Manifesto del partito comunista, uscito nel 1848, il celeberrimo anno delle rivoluzioni. Strano ma vero. Ed ora un’altra domanda: qual è la differenza tra socialismo e comunismo secondo Marx? Naturalmente da porre a tutti coloro che escono di casa con la maglia rossa con al centro la faccia con sigaro di Che Guevara e che dicono “a sinistra e a manca” di essere fieri ed orgogliosi comunisti. Beh, ve la do io, che sono un ragazzo di destra, che più di dire “a destra e a manca” di essere di destra piuttosto agisco come tale. Allora, per Karl Marx il socialismo è un particolare insieme di rapporti di produzione che avrebbe seguito il capitalismo e che ancora ne avrebbe contenuto delle tracce. Ebbene, se una delle principali caratteristiche del capitalismo è quella per cui i mezzi di produzione non sono posseduti o controllati dal proletariato, il cambiamento principale che sarebbe intervenuto nella transizione dal capitalismo al socialismo sarebbe stata l’espropriazione degli espropriatori, cioè il possesso dei mezzi di produzione da parte del proletariato. Ma il socialismo avrebbe conservato residui del capitalismo, nel senso che l’attività economica sarebbe stata organizzata in base ad un sistema di incentivi: per indurre le persone a lavorare si sarebbe dovuto compensarle, munendole di reddito. Il comunismo, invece, sarebbe scaturito dal superamento del socialismo e avrebbe comportato rispetto a questo differenze notevolissime. Le persone sarebbero state motivate al lavoro autonomamente, senza bisogno di incentivo di tipo monetario o materiale, e inoltre sarebbero scomparse le classi sociali esistenti sia nel capitalismo che nel socialismo: il comunismo avrebbe portato ad una società senza classi, dove addirittura lo stato si sarebbe ridotto fino a scomparire: da qui l’anti-statalismo comunista. Mentre, infine, nel socialismo ciascuno avrebbe contribuito al processo economico secondo la propria abilità ed avrebbe ricevuto un reddito commisurato al proprio contributo, nel comunismo ciascuno avrebbe ancora contribuito al processo produttivo secondo la propria abilità, ma avrebbe consumato secondo i propri bisogni. Vi ho interessato? Mi auguro di sì. Almeno così qualcuno sa di cosa si parla, quantunque superficialmente, quando si cita il comunismo, il socialismo ed il capitalismo. Per quanto mi riguarda: per sconfiggere il nemico, bisogna conoscerlo.
Karl Marx nacque nel 1818 e morì nel 1883, curiosamente nello stesso anno in cui nacque Benito Mussolini, padre del fascismo e “nonno” del nazismo. La famiglia del filosofo tedesco era ebrea successivamente passata al cristianesimo: uno dei tanti tratti di lui che non piaceva affatto al suo connazionale Adolf Hitler. Il suo sistema di pensiero fu originariamente influenzato da un altro tedesco, Hegel, quello della dialettica costituita da tesi, antitesi e sintesi. Nella sua vita fu soggetto a tre espulsioni, la prima dalla Germania, la seconda dalla Francia e la terza dal Belgio. Trovò fissa dimora a Londra, dove visse per 33 anni fino alla sua morte; passò soprattutto il suo tempo sulle scrivanie del British Museum. Per molti Karl Marx è il padre del comunismo, per alcuni è addirittura tacciato come russo, per analogia ideale con l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non ci credete? Provate ad intervistare dieci persone sulla nazionalità di Marx, dandogli quattro opportunità: a) Francia; b) Germania; c) Russia; d) Svizzera. Di certo qualcuno vi risponderà russo, ma ci sarà anche chi vi dirà che fu svizzero, così per spirito di neutralità. Ora, il suo nome è naturalmente accostato al sistema economico-politico socialista e comunista, ma Marx si dedicò soprattutto allo studio di ciò che chiamò capitalismo. La sua opera principale, infatti, la intitolò: Il Capitale. Ed in tutta la sua vastissima produzione vi sono pochissimi riferimenti a come si debba organizzare un’economia socialista o comunista, al di là di un breve elenco delle caratteristiche del comunismo che apparve nel Manifesto del partito comunista, uscito nel 1848, il celeberrimo anno delle rivoluzioni. Strano ma vero. Ed ora un’altra domanda: qual è la differenza tra socialismo e comunismo secondo Marx? Naturalmente da porre a tutti coloro che escono di casa con la maglia rossa con al centro la faccia con sigaro di Che Guevara e che dicono “a sinistra e a manca” di essere fieri ed orgogliosi comunisti. Beh, ve la do io, che sono un ragazzo di destra, che più di dire “a destra e a manca” di essere di destra piuttosto agisco come tale. Allora, per Karl Marx il socialismo è un particolare insieme di rapporti di produzione che avrebbe seguito il capitalismo e che ancora ne avrebbe contenuto delle tracce. Ebbene, se una delle principali caratteristiche del capitalismo è quella per cui i mezzi di produzione non sono posseduti o controllati dal proletariato, il cambiamento principale che sarebbe intervenuto nella transizione dal capitalismo al socialismo sarebbe stata l’espropriazione degli espropriatori, cioè il possesso dei mezzi di produzione da parte del proletariato. Ma il socialismo avrebbe conservato residui del capitalismo, nel senso che l’attività economica sarebbe stata organizzata in base ad un sistema di incentivi: per indurre le persone a lavorare si sarebbe dovuto compensarle, munendole di reddito. Il comunismo, invece, sarebbe scaturito dal superamento del socialismo e avrebbe comportato rispetto a questo differenze notevolissime. Le persone sarebbero state motivate al lavoro autonomamente, senza bisogno di incentivo di tipo monetario o materiale, e inoltre sarebbero scomparse le classi sociali esistenti sia nel capitalismo che nel socialismo: il comunismo avrebbe portato ad una società senza classi, dove addirittura lo stato si sarebbe ridotto fino a scomparire: da qui l’anti-statalismo comunista. Mentre, infine, nel socialismo ciascuno avrebbe contribuito al processo economico secondo la propria abilità ed avrebbe ricevuto un reddito commisurato al proprio contributo, nel comunismo ciascuno avrebbe ancora contribuito al processo produttivo secondo la propria abilità, ma avrebbe consumato secondo i propri bisogni. Vi ho interessato? Mi auguro di sì. Almeno così qualcuno sa di cosa si parla, quantunque superficialmente, quando si cita il comunismo, il socialismo ed il capitalismo. Per quanto mi riguarda: per sconfiggere il nemico, bisogna conoscerlo.
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categoria:storia, scienza politica
14/04/2006
Alcuni commenti sul precedente post hanno messo in evidenza non solo l'esasperato laicismo di qualcuno, ma anche il fatto che questo sentimento anti-cristiano (più che anti-religioso), tipico di chi si colloca a sinistra, presenta delle falle ben definite. Innanzitutto, è giusto subito sottolineare che non bisogna confondere il laico dal laicista e sono anch'io convinto che lo Stato contemporaneo debba essere laico piuttosto che confessionale in nome del principio dell'uguaglianza formale, sancito nella nostra Costituzione dall'articolo 3. Ma è doveroso, tuttavia, che non sia soltanto riconosciuto al cristianesimo di essere la base fondamentale della società occidentale, ma anche che sia rispettato almeno nelle sue celebrazioni fondamentali. Il fatto che un derby si disputi il venerdì santo, anziché il sabato (così come tutte le altre gare del campionato di serie A), che sia stato anticipato alle 18 per non entrare in collisione con la Via Crucis, invece che essere spostato anch'esso a domani, denota come vi sia una preoccupante diminuzione del rispetto per la religione cristiana. Naturalmente non è un fatto che deve far gridare allo scandalo, però è uno spunto di riflessione per questa degenerazione del comportamento di alcuni nei confronti della religione cristiana, a cui si deve senza dubbio lo sviluppo liberale della cultura occidentale contemporanea. Ciò che poi deriva da alcuni commenti ricevuti nel precedente post è un'incoerenza di fondo che sta nel laicista; costui si agita se un cristiano è dispiaciuto per il fatto che un derby si disputi nel giorno più triste della liturgia cristiana, cioé il venerdì della Passione di Cristo, e si appella alla laicità dello Stato. Ora, è chiaro che nel caso di una partita il principio della laicità dello Stato non c'entra nulla, anzi se fosse applicato in maniera esasperata, si dovrebbero annullare dal calendario tutte le feste religiose cristiane che non siano di domenica (il cui conseguente riposo lavorativo è pur sempre di derivazione religiosa). Ma naturalmente non conviene essere laicisti nei giorni in cui si dovrebbe lavorare, ma invece grazie ad una festa religiosa si può fare altro, come nel caso di lunedì prossimo o di altri, quali l'Ognissanti, l'Immacolata Concezione, la Pentecoste (divenuta una mera e consumistica festa da passare sulle spiagge), il Natale, l'Epifania, ecc. Perché il laicista non applica il proprio principio di non ingerenza della religione nello Stato nel caso del calendario? Si tratta, dunque, di una falla nel principio del laicista, ma non di quello del laico, poiché quest'ultimo riconosce alla religione, specie a quella cristiana nei paesi in cui è radicato il credo in Cristo (più o meno partecipativo ed ossequioso), un'importanza rilevante ed un sentimento di alto rispetto.


P.S.: Riconosco il fatto che non tutti i lavoratori possono partecipare alle feste, perché alcuni di loro sono costretti a lavorare specie nei locali di ristorazione per servire proprio chi può permettersi di "festeggiare" con una mangiata, una bevuta o una ballata. Se fossi un parlamentare, proporrei un disegno di legge che impedisca ad ogni locale di essere aperto nei giorni di festa, proprio in nome del già citato articolo 3 della Costituzione.
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categoria:scienza politica
26/03/2006


Il Partito Socialista Democratico Italiano nacque il 18 gennaio 1947, ma per i primi due anni si chiamò PSLI (Partito socialista dei lavoratori), frutto della scissione di Giuseppe Saragat (nella foto)ed il suo gruppo dal PSI, al termine di una riunione a Palazzo Barberini a Roma, dove si riunirono i delegati di “Iniziativa Socialista” e la maggioranza dei rappresentanti di “Critica Socialista”. Il motivo della scissione bisogna trovarlo nel fatto che questa parte di socialisti, guidati dal Presidente dell'assemblea Costituente, Saragat, non accettò la linea frontista coi comunisti voluta da Pietro Nenni nell'immediato dopoguerra, preferendo la collaborazione con la Democrazia Cristiana e gli altri partiti laici (Partito Liberale Italiano e Partito Repubblicano Italiano). Partito rigidamente anticomunista, negli anni successivi alla sua fondazione il PSDI è stato sostenuto finanziariamente dal sindacato americano Afl-Cio e poi dalla Confindustria. E ha rappresentato per lungo tempo il lato sinistro del blocco centristra, e in tale posizione ha cercato di sottrarre settori della classe lavoratrice all'influenza dei partiti di opposizione (Partito Comunista Italiano e Partito Socialista Italiano), non solo in campo politico, ma anche in quello sindacale. In quest'ultimo campo hanno operato una scissione dalla CGIL istituendo l'organizzazione socialdemocratico-repubblicana della UIL. E poi si sono proposti di essere un ponte fra la DC ed il PSI, per isolare i comunisti e allargare sulla sinistra l'area dei partiti governativi, arrivando anche all'unificazione con il Partito Socialista, costituendo il PSU (Partito Socialista Unificato), durato dal 1966 al 1969. Il 5 luglio di quest'ultimo anno, infatti, vi fu una nuova scissione della componente socialdemocratica e nel 1971 comparve sulla scena nuovamente ed autonomamente il PSDI. Un anno difficile per il PSDI fu il 1975, quando vi fu la scissione di 30.000 iscritti diretta a fondare il Movimento unitario di iniziativa socialista (MUIS), e soprattutto perché anche il PRI chiedeva una partecipazione del PCI al governo, in netto contrasto con l'impianto ideologico del partito allora diretto da Mario Tanassi. Ora, benché la media dei suoi suffragi si aggirasse sul 5,1%, fra il 1946 ed il 1976, il PSDI ha fatto parte di 16 governi su 29 e ciò è avvenuto non solo per la sua funzione di collegamento fra DC e PSI, ma anche grazie al fatto d'appartenere al gruppo dei piccoli partiti di centro che i democristiani hanno sempre considerato adatti a far parte delle coalizioni e che essi stessi hanno rinvenuto la loro ragion d'essere nello stare al governo. Il PSDI fu sciolto nel 1998, ma fu ricostituito nel 2004. Ed il 7 ottobre del 2005 hanno firmato un patto politico con i Democratici di Sinistra, per cui sono presenti nella coalizione di centrosinistra, dimenticandosi che uno dei pilastri del vecchio PSDI fu proprio la volontà di governare senza i comunisti.


Fonti:


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categoria:storia, scienza politica
09/12/2005

Nel linguaggio comune si suole implicitamente attribuire al termine "democrazia" il significato di "libertà" ma non è assolutamente così. Quantunque sia vero che uno degli elementi della democrazia sia la libertà, è altrettanto vero che quest´ultima non è un tratto distintivo esclusivo di questa forma di governo. Basti pensare, ad esempio, alla monarchia costituzione spagnola e inglese, laddove non si può assolutamente sostenere che non vi sia libertà. Ciò che voglio sostenere, dunque, è il fatto che la democrazia è una mera forma di governo, che non è l´unico obiettivo e la sola conclusione di un percorso storico basato sull´esercizio della libertà. Inoltre, bisogna anche stabilire che non vi è nemmeno uguaglianza di significato tra "democrazia" e "repubblica", poiché la prima è una forma di governo, la secondo è una struttura: l´Italia è, ad esempio, una "repubblica democratica parlamentare" e i Romani solevano definire il loro sistema di governo, ai tempi di Cicerone, come res publica, ma di certo non si può sostenere che fosse democratica. Infine, ricordo che non esiste un´unica categoria di democrazia, poiché vi è la diretta e l´indiretta: nell´una è direttamente il popolo che governa se stesso, nell´altra il potere (separato in esecutivo, giudiziario e legislativo) è esercitato dai rappresentanti scelti dal popolo: il referendum, ad esempio, è un istituto di democrazia diretta, il Parlamento è anche un´istituzione di quella indiretta.

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categoria:scienza politica
16/11/2005
Quando si discute sulla politica è impossibile non lasciarsi condizionare da alcuni aspetti esterni al giudizio avalutativo. In primo luogo, gioca un ruolo rilevante l´impianto ideologico di ogni individuo, il quale si sviluppa nel corso del tempo per variabili inerenti ai modus vivendi e cogitandi. Come disse in una puntata di Matrix di qualche settimana fa Sandro Curzi, la simpatia politica deriva soprattutto dalle compagnie ("da chi ti sta accanto nel banco") ma, aggiungo, può scaturire dalla storia e dalla collocazione sociale del nucleo familiare a cui si appartiene e dall´attrazione romantica. C´è chi, infatti, è di destra o di sinistra perché ha un cognome "politico" (è difficile che un Berlinguer possa iscriversi ad AN), perché un familiare è un partecipante politico attivo, perché si è attratti romanticamente dalla figure tipo degli estremismi dei due schieramenti (esempio eclatante è l´accostamento di molti giovani alla figura del Che rivoluzionario). Poi, aderire ad una parte politica (beninteso, parte e non partito) può essere frutto di uno dei due seguenti rapporti: adesione del soggetto alla parte per conformità di valori (io la penso in un modo x, mi accorgo che la parte la pensa anche nel modo x, per cui mi sento appartenente a quella parte), oppure adesione del soggetto alla parte per assegnazione di valori (la penso come la parte, perché mi piace pensarla come essa). Ora, non credo che vi possa essere un soggetto che non si interessi di politica o che non sia propenso ad una parte piuttosto che all´altra: non ritengo che vi possa essere davvero il cosiddetto apolitico. Aristotele affermò che l´uomo è un animale politico (o meglio sociale): con ciò volle sostenere che ogni appartenente ad una data società non può naturalmente disinteressarsi della vita politica (e sociale), poiché ne è un membro e non può non esserlo. Gli stoici, che predicarono il distacco del saggio dalla politica, dovettero per forza occuparsi della "scienza per eccellenza", ed un esempio su tutti fu Seneca. Quindi, è un partecipante (attivo o passivo) chiunque di noi, a prescindere dalla collocazione sociale e dalla quantità e dalla qualità della cultura acquisita; ognuno di noi è capace di farsi un opinione politica, a volte bisogna chiederla, altre nasce da sola per interesse o per passione. Ma se tutti siamo "animali politici" non tutti però possiamo pensarla nella stessa maniera: chi sta ideologicamente e politicamente a destra ha posizioni diverse sui temi fondamentali rispetto a chi sta a sinistra, e non c´è possibilità di confronto costruttivo, a meno che non si tratti di argomenti inerenti ai diritti inviolabili dell´umanità; ecco uno dei tantissimi esempi che si possono fare: chi è di destra è assolutamente contrario ai Pacs, chi sta a sinistra no (in questa distinzione non tengo conto dei moderati, cioé di coloro che si spostano verso il centro delle posizioni); ma se qualcuno proponesse di abolire l´articolo 18 della Costituzione (la libertà di associazione), vi sarebbe l´opposizione sia di colui che sta a destra che di colui che sta a sinistra. Poi, la differenziazione politica è anche la chiave discriminante per la ricerca delle informazioni e, soprattutto, per ricavare le interpretazioni sui fatti che accadono quotidianamente: uno di sinistra non acquisterebbe mai il quotidiano Libero di Vittorio Feltri per saperne di più sulla devolution, così come uno di destra non ricorrerebbe mai all´Unità per approfondire il servizio di Rai News 24 su Falluja. Lo "scontro", pertanto, è inevitabile e non c´è spesso mai possibilità di dialogo costruttivo, ma sempre di dibattito che mira alla confutazione reciproca delle posizione espresse.
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categoria:politica, scienza politica
27/09/2005
Questo è un periodo di esami che, per quanto mi riguarda, culminerà con la giornata di domani, in cui dovrò sostenere l'esame di Metodologia e Tecnica della Ricerca Sociale (infatti sto per cominciare il ripasso totale). Ed a proposito di materie, ho appena creato un blog dedicato all'Economia Politica con lo scopo di essere un quaderno pubblico che raccoglierà tutte le informazioni utili per passare una delle materie più difficili del mio corso di laurea: ecco il link.

In bocca al lupo...
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categoria:websurfing, scienza politica
22/06/2005


L'Italia continentale, nei primi quindici anni dell'Ottocento, fu sotto il controllo diretto o indiretto della Francia. Ad esempio, il Regno di Napoli fu governato da due "napoleonidi", cioé prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat, i quali promisero ai sudditi una costituzione, la quale, tuttavia, mai sarà concessa. In Sardegna ed in Sicilia, invece, resisterono i sovrani legittimi, tutelati dalla Gran Bretagna. Anno clou della vicenda italiana (ed europea) fu il 1848: vi furono moti rivoluzionari a Milano, a Napoli ed a Palermo. Nella città lombarda ricordiamo le famose "Cinque giornate", la prima delle quali avvenne il 18 marzo, allorquando si seppe che il governo Metternich fu rovesciato alla luce dell'insurrezione parigina del febbraio. I milanesi decisero di appellarsi al potere civile del municipio per contrastare quello militare dell'Impero Austriaco, le cui truppe penetrarono in Italia nel 1815. Non avendo le truppe di Radetzky rispettata la decisione della concessione della sicurezza della città al municipio, i milanesi insorsero costruendo le barricate sulle strade. A Roma si ebbe una sollevazione popolari nel 1849, la quale costrinse alla fuga Pio IX e portò alla proclamazione della Repubblica Romana con tanto di costituzione, promulgata in Campidoglio il 3 luglio, cioé quando le truppe francesi, guidate dal generale Oudinot, fecero il loro ingresso nella futura capitale del Regno d'Italia. Tuttavia, tutti moti vennero repressi duramente dal potere militare. Tra le costituzioni del 1848, soltanto una sopravvise, cioé lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto di Savoia il 4 marzo: esso sarà attivo sino al 25 giugno 1944, allorché un decreto legislativo sancì la convocazione dell'Assemblea Costituente. Tra le caratteristiche di quella carta costituzionale ricordiamone alcune:

  • Il potere esecutivo affidato al Re (articolo 5); il potere legislativo affidato al Re e alle due Camere, del Senato e dei Deputati (articolo 3); il potere giudiziario affidato ai Giudici, istituiti dal sovrano (articolo 68)
  • Il Senato era composto da membri designati dal Sovrano e non c'era alcun vincolo numerico, mentre non prevedeva norme per la composizione della Camera dei Deputati, demandate alla legge elettorale.
  • Stabilì l'italiano come lingua ufficiale dei lavori parlamentari e il tricolore con lo scudo di Savoia, cioé quello presente il 23 marzo del 1848, durante l'ingresso delle truppe sardo-piemontesi nel Lombardo-Veneto.


La prima seduta del Parlamento dell'Italia unita avvenne il 18 febbraio 1861, ed il primo a parlare fu Vittorio Emanuele II, il quale, con una legge del 17 marzo di quell'anno, si assunse il titolo di Re d'Italia. La prima capitale d'Italia fu Torino; tuttavia, una delle clausole della "Convenzione di settembre" del 1864, stipulata con la Francia era l'impegno di trasferire la capitale da Torino a Firenze entro sei mesi: appena i torinesi seppero questa notizia, vi furono proteste in tutta la città, specie a Piazza Castello. Ma, in seguito alla presa di Roma del 1870, vi fu la traslocazione della capitale (legge 3 febbraio 1871) all'attuale capoluogo laziale. Logicamente, si dovette risolvere il problema del rapporto con la Chiesa e si scelte di seguire la proposta di Ruggero Bonghi, in base a cui la si riconobbe come istituzione sociale originaria (Cavour propose che fosse considerata una società privata, mente Ricasoli un ente pubblico pienamento subordinato allo Stato). Fondamentale importanza per l'evoluzione dell'impianto italiano post-risorgimentale ebbe Francesco Crispi, il quale, tra il 1887 ed il 1891, pose in essere oltre 2500 provvedimenti amministrativi, segnando in questo modo il periodo della "seconda unificazione amministrativa". Ecco alcune decisioni del Presidente del Consiglio siciliano:

  • Istituì il Ministero delle Poste e quello del Tesoro
  • Il Suffragio amministrativo fu allargato a tutti coloro che avessero 21 anni, sapessero leggere e scrivere e pagassero 5 lire di contribuzione. Il Sindaco fu reso elettivo da parte del consiglio nei comuni con più di 10.000 abitanti e nei capoluoghi di provincia.
  • Venne istituita la sezione IV del Consiglio di Stato per la giustizia dell'amministrazione di Stato.


La caduta di Crispi aprì la "crisi di fine secolo", la quale fu risolta da Giovanni Giolitti. Ricordo, a proposito, che agli inizi del Novecento il tasso di sviluppo italiano risultò su scala mondiale solo inferioso solo a Stati Uniti e Svezia e l'espansione industriale e agricola fu impetuosa. Ma il declino si ebbe a causa della Prima Guerra Mondiale, a cui l'Italia prese parte nel 1915, conclusasi con la "vittoria mutilata". Da quella sconfitta ne derivò il Fascismo e la Dittatura di Benito Mussolini, creatore del Partito Nazionale Fascista, che nacque ufficialmente il 7 novembre 1921: il Duce d'Italia salì al potere l'anno successivo, in seguito agli eventi della Marcia su Roma. Ecco alcune delibere di quel governo, il quale cesserà di esistere nella notte del 25 luglio 1943, quando fu approvato l'ordine del giorno di Dino Grandi, il quale costerà la vita anche al genero di Mussolini, Galezzo Ciano.

  • La Legge Acerbo (2444/1923): prevedeva scrutino maggioritario di lista e collegio unico nazionale, ripartito in 16 circoscrizioni: alla lista maggioritaria , che abbia ottenuto almeno il 25% dei voti, vengono attributi i 2/3 dei seggi: 356 su 535. Il terzo residuo dei seggi viene assegnato alle minoranze ripartito con il sistema proporzionale. Tuttavia, la legge 17 maggio 1928 istituì un nuovo sistema elettorale, in base a cui il corpo elettorale doveva semplicemente ratificare o meno una lista di 400 deputati stabilita dal Gran Consiglio Fascista.
  • Il potere escutivo poteva emanare norme giuridiche (100/1926) e fu introdotta la figura del "primo ministro, segretario di stato, capo del governo". Fu istituito nel 1926 il Ministero delle Corporazioni.
  • Il podestà, nominato per cinque anni, assunse i poteri del sindaco, della giunta e del consiglio comunale, coadiuvato da una consulta municipale. Fu istituito nel 1926 un tribunale speciale per la difesa dello Stato e sempre nello stesso anno, con la legge 1848/1926 fu soppresso ogni partito e furono dichiarati decaduti i deputati "aventiniani".
  • L'11 febbraio 1929 furono firmati i Patti Lateranensi, che sopravvissero nella Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio del 1948.
  • Furono istitutiti gli attuali codici della legge, tra cui quello civile e penale; Furono create l'IMI (1931), l'IRI (1933), l'ISTAT (1926), il Poligrafico di Stato (1928), l'ACI (1926), l'Ente Protezioni Animali (1938) ed il CONI nel 1942.


Alla vigilia della liberazione, con decreto legislativo del 5 aprile 1945, fu istituita la Consulta Nazionale, costituita da 430 componenti, nominati dal governo su designazione dei maggiori partiti politici. Mentre il 2 giugno 1946 gli italiani votarono nel famoso referendum "Monarchia o Repubblica": vinse la seconda forma di governo con il 54,3%, mentre la Monarchia ebbe il 45,7%: un dato fu che la Repubblica vinse al Nord mentre la Monarchia al Sud. L'Assemblea Costituente, composta da 556 deputati, cominciò il suo lavoro il 25 giugno del 1946 e lo terminò il 31 gennaio del 1948, cioé ad un mese dall'entrata in vigore dell'attuale Costituzione Italiana.


(Per questo post mi sono servito di due libri: Storia della Democrazia in Europa di Salvo Mastellone e Lezioni di Storia delle Istituzioni Politiche di Francesco Bonini).

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categoria:storia, scienza politica
17/06/2005


Durante la polemica astensionista, basata esageratamente sul "non expedit" della Chiesa, qualcuno ha espresso il proprio gusto per il referendum senza quorum, prendendo come esempio la Svizzera. Ebbene, per rendere chiara quale sia la differenza tra il loro referendum ed il nostro occorre che vi delinei la struttura politico-istituzionale dello Stato, la cui capitale è Berna.

  • La Svizzera è una Repubblica Federale, nata nel 1848. Prima di allora era una libera alleanza di cantoni. (L'Italia è una Repubblica Parlamentare). In realtà, il nome ufficiale di questo stato è Confoederatio Helvetica, da cui deriva la sigla CH che osserviamo, ad esempio, sulle targhe delle auto provenienti da quella zona.
  • Ogni cantone ha una propria costituzione, un proprio governo, un proprio parlamento, tribunali indipendenti e leggi proprie e ha un proprio corpo di polizia. (L'Italia è divisa in Regioni che non hanno, come ben sapete, la stessa autonomia dei cantoni. Esiste solo una costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 ed il sistema giurisdizionale è unico per tutto quanto il Paese). I cantoni sono divisi in comuni: la cittadinanza svizzera è una derivazione dell'essere cittadini di un cantone, la quale è un'ulteriore derivazione dell'essere cittadini di un comune.
  • Il potere esecutivo è affidato al Consiglio Federale, composto da 7 membri. Tra questi, ogni anno, viene scelto a turno il presidente della Confederazione. (In Italia il potere esecutivo è proprio del Consiglio dei Ministri, di cui coordinatore ed orientatore è il Presidente del Consiglio dei Ministri).
  • Il potere legislativo è conferito all'Assemblea Federale, strutturata bicameralmente: Consiglio Nazionale (che rappresenta i cittadini) e il Consiglio degli Stati (che rappresenta i cantoni): le due camere hanno lo steso peso. Le elezioni per il Consiglio Nazionale hanno luogo ogni 4 anni. In entrambe le Camere la carica di presidente è a rotazione annua. Il presidente del Consiglio Nazionale e non il presidente della Confederazione è la personalità più alta dello Stato. (In Italia, il potere legislativo è affidato al Parlamento, composto dalla Camera dei Deputati e dal Senato, le quali hanno lo stesso peso. Le elezioni per entrambe le camere, con differente sistema di attribuzione dei seggi, avvengono alla fine di ogni legislatura, la cui durata è di 5 anni, o a causa di una crisi - parlamentare o extraparlamentare. Il Presidente del Senato è la seconda carica più alta dello Stato, dopo il Presidente della Repubblica. Infatti, in caso di morte di quest'ultimo, è proprio il primo a succederlo fino alla elezione di un nuovo Capo dello Stato).
  • L'Assemblea Federale svizzera non è composta da politici di professione: tutti i deputati o le deputate continuano a svolgere la propria professione. (In Italia la classe politica non lavora "part time").
  • Il sistema svizzero è basato sul compromesso: la bocciatura di una proposta di legge non porta né a una crisi di governo, né a mozioni di sfiducia né a dimissioni.
  • I cittadini svizzeri possono fare sia proposte legislative, sia respingere la legislazione già approvata dal Parlamento. L'unico caso in cui il Parlamento può agire contro questo diritto è se la proposta legislativa è anticostituzionale o se viola il diritto internazionale.
  • Gli svizzeri usano il termine "referendum" per indicare una votazione popolare indiretta per opporsi ad un testo legislativo già approvato dall'Assemblea Federale. Per proporre il referendum occorrono 100.000 firme entro 100 giorni dalla data di pubblicazione ufficiale della legge. Perché un referendum passi è necessaria la "doppia maggioranza": deve essere approvato dalla maggioranza dei votanti e dalla maggioranza dei cittadini. (Ecco il punto centrale del nostro discorso e la differenza tra il referendum italiano e svizzero e la motivazione del'assenza del quorum: infatti, il referendum, per essere proposto, ha bisogno della "doppia maggioranza", tra cui quella dei cittadini. Per cui, il quorum sarebbe una clausola pleonastica, giacché, se il referendum non fosse stato voluto dalla maggioranza della cittadinanza svizzera, allora non sarebbe stato approvato e, pertanto, posto all'attenzione dell'elettorato).
Posso, dunque, terminare la descrizione dell'apparato del sistema politico svizzero, avendovi dimostrato che è altamente inutile prendere come esempio la Svizzera per quanto riguarda la dimostrazione che sarebbe auspicabile la cancellazione del quorum per evitare l'astensionismo. Infatti, in Italia non c'è il sistema della "doppia maggioranza" né la stessa composizione sociale e la stessa strutturazione dello Stato della Confederazione Elvetica. E dal momento che c'è quest'assenza, l'astensionismo attivo non è solo una forma di partecipazione politica attiva, ma è anche una scelta legittima e democratica, basandosi sul presupposto, già tante volte ripetuto, che lo 0,7% della popolazione, indicendo un referendum, non può "costringere" il restante 99,3% ad esprimere una opinione su una legge, approvata dal Parlamento Rappresentante.
postato da: WG alle ore 14:42 | Permalink | commenti (14)
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