Succede. Un infarto e via da questa terra. Però quando ne sei testimone oculare fa un altro effetto, essenzialmente drammatico. Ciò accade nel caso di José Fernando Castro Caycedo, un parlamentare colombiano, colpito da infarto mentre stava parlando: a quanto pare è stato fatale il ritardo dei soccorsi ed è stata aperta un'inchiesta. Quando ho visto per la prima volta il video, sono stato colto dall'ansia e dalla riflessione conseguente, quella spicciola che riguarda la fugacità della vita. Il parlamentare si è accorto che c'era qualcosa che non andava, fermando l'orazione e si è accasciato subito dopo. Oggi ci sei, domani non si sa. Frase retorica, sentita e risentita, pleonastica e semplicistica: però è così. Potrei continuare a scrivere qualcosa a riguardo, però bastano gli occhi ed i gesti dell'uomo colombiano nel momento stesso in cui ha percepito il dolore e poi... Requiescat in pacem.
Stamattina ho visitato la mostra estemporanea, I Colori dell'Anima, organizzata dall'associazione MafiaContro, di cui oggi sono diventato socio ordinario. L'evento artistico è stato realizzato per rispondere ai murales con l'effigie del boss Matteo Messina Denaro ed hanno deciso di partecipare molti pittori siciliani, tra i quali menziono Rosalia Bono, Lorenza Laudicina, Aurelio Di Carlo, Gianni Castronovo, Claudio Pezzillo, Nino Sancarlo, Giuseppe Marchese e Pietro Tarantino. In relazione alla mostra, ho realizzato il seguente foto-documentario, concludendo volutamente la rassegna con le fotografie di alcune vittime di cosa nostra.
Ho scelto come sottofondo la colonna sonora del celebre film di Roberto Benigni, La Vita è Bella, cantata da Noa, perché chi ha dato la vita per lottare contro la mafia, lo ha fatto per donare alla Sicilia il bene fondamentale della serenità.
Ho voglia di devastare qualche luogo comune, dettato dal buonismo. Si suole ammirare un ragazzo che studia e che lavora sia per permettersi gli studi che per campare; che risparmia su tutto per pagarsi la rata della macchina di terza mano, perché di certo non può permettersene una nuova; che prende di petto il presente, così da spremerlo il più possibile per ricavare qualche goccia di speranza per il futuro. Tale giovane, che non è il tradizionale figlio di papà, è considerato un homo novus, uno che di certo farà strada, perché i sacrifici alla lunga daranno i risultati che gli spettano. E via con gli elogi, con il considerarlo un modello, ecc. Ma al ragazzo ammirato non gliene frega un tubo di tutto questo e avrebbe voluto nascere in una famiglia benestante; avere il guardaroba pieno di vestiti, così da perdere tempo a scegliere un capo anziché l'altro, piuttosto che disperarsi una volta aperto l'armadio; guidare una macchina appena uscita dalla concessionaria, acquistata grazie ai soldi del papino; laurearsi in dieci anni, prendendosela comoda, tanto alle tasse ci pensano i genitori, con la consapevolezza che dopo si apriranno i portoni degli studi o delle aziende più proficue del Paese, perché è il figlio di ..., amico di...; Evitiamo, infatti, i buonismi. Viviamo in una società egoista, in cui la vita non è più concepita come una esistenza bensì come una risorsa e la colpa non sta né a destra né a sinistra; non c'entrano nulla né Silvio Berlusconi né Walter Veltroni. I rei sono gli stessi soggetti che calcano i palcoscenici della quotidianità: l'apparenza è un fine, l'essere è una perdita di tempo, inutile. Non ci sono ideali che danno nutrimento ai valori; il livello della virtù è direttamente proporzionale alla disponibilità di utilizzo del denaro; la scarpa Hogan è un discriminante. C'è la tendenza a sentirsi più uguali degli altri e alla rassegnazione olistica dell'immobilità delle cose: è la società che plasma l'uomo e non viceversa. Abbiamo la morbosa curiosità d'intrometterci nella vita altrui, soprattutto senza dare l'impressione di farlo, perché godiamo della possibilità di assistere ad uno spettacolo esistenziale che sia controllabile e se potessimo, vorremmo modificarlo, trasformandoci in Deus Ex Machina. Tendiamo alla divinità antropomorfica. Una delle conseguenze di questa degenerazione della società contemporanea è l'incapacità di lottare, perché gli uomini, per natura, hanno in sé il quid della ribellione, che si trasmoda in rivoluzione quando si convoglia il bene individuale in quello comune. E la rivoluzione non deve essere per forza comunista, quando si fa riferimento alla politica, però ci sono taluni che non vogliono comprendere che il manicheismo post-bellico è finito da un pezzo. Rivoluzione, ad esempio, potrebbe essere quella che porrebbe termine al disagio giovanile, di cui tutti parlano ma nessuno fa concretamente nulla: il precariato. Sì, ci ritorno brevemente ancora una volta, perché è il mio chiodo fisso. Lo è in quanto il precario non è più soltanto colui che non ha un lavoro stabile ma è uno stato d'animo, una condizione di vita. E' un ostacolo alla fede nei confronti della possibilità di un futuro differente, ponendo in essere l'errore che l'attimo successivo sarà identico a quello che stiamo vivendo: non c'è più la sensazione dello scorrimento dinamico del fiume e dell'impossibilità di toccare per due volte, nel medesimo spazio e tempo, la stessa porzione d'acqua. Il precariato è un incidente che cristallizza l'esistenza del giovane, rendendola una massa inerte al cambiamento. Siamo, ad esempio, con le parole, tutti pronti a combinare casini: incatenamenti ai cancelli, manifestazioni cruente con lo scopo di immobilizzare la viabilità cittadina per tanto tempo, vertenze, lettere e controlettere da inviare al Presidente della Repubblica. Ma non diamo seguito a nulla di tutto questo ed abbiamo sempre bisogno dell'altro che, a livello macrosociale, sono rappresentati dal politico e dal sindacalista. Non siamo, infatti, capaci di fare qualcosa da soli, appropriandoci direttamente dei due sistemi. Siamo solo chiacchere e distintivo. Ed è per questo che il giovane-studente-lavoratore, per giunta precario, non se ne fa nulla degli elogi in virtù della sua volontà di cercare di andare avanti in qualche modo. Sa di presa per i fondelli.
Ed eccoci al Primo Maggio, festa dei lavoratori, un rosso nel calendario che più rosso non si può, coincidente con San Giuseppe Artigiano. Con questo giorno si vuole celebrare la solidarietà operaia, che condusse al 1866 alla conquista del diritto all'orario di lavoro quotidiano fissato in 8 ore. Ma anche oggi c'è gente che lavora. Naturalmente sono al loro posto coloro che devono assicurare i servizi fondamentali, però non hanno il giorno libero anche altre categorie di lavoratori, come gli operatori call-center. Io, ad esempio, assisterò i clienti di Libero Infostrada dalle 16 alle 21, perché bisogna assicurare il servizio sempre e comunque, giacché l'internauta non può stare senza internet neanche un giorno, anche se i guasti non possono essere lavorati, perché i tecnici sono in vacanza. Ma non mi lamento: meglio lavorare anche nei giorni di feste che non lavorare proprio, perché le molecole d'aria non si possono trasformare in denaro, necessario per dare alla cucina il proprio senso essenziale. Naturalmente sono al loro posto anche altri lavoratori: i Mc Donald's, ad esempio, sono aperti perché non si può negare un hamburger all'altro lavoratore che, invece, oggi si riposa. Certo è che se davvero si volesse festeggiare questa data per quello che è, i lavoratori riposanti dovrebbero avere solidarietà nei confronti dei lavoratori lavoranti. Non si chiama il 155, il 190, il 133, il 119, non si va da Mc Donald's, non si va al Carrefour (facendo la spesa il giorno prima), ecc. Ma, come ben si sa, in Italia si pensa esclusivamente al proprio microcosmo: tutto il mondo che interessa è quello racchiuso tra le quattro mura domestiche. Alle aziende, di certo, non si può rimproverare il fatto che il Primo Maggio sia in molti settori lavorativo (e si potrebbe fare un analogo discorso per gli altri giorni rossi del calendario: Natale, Pasqua, Ferragosto, ecc.). Esse hanno il mercato che li costringe a comportarsi in questo modo, perché se il Mc Donald's del Politeama, che si trova al centro di Palermo, è aperto, perché Spinnato, che gli sta accanto, deve rimanere chiuso? Poi c'è di mezzo anche l'industria del tempo libero: più gente è libera, più profitti ci sono da cogliere. Di conseguenza, oggi lavorano gli adetti ai cinema ed alle palestre, ad esempio. E non dimentichiamoci nemmeno dei personali dei pub, dei ristoranti, delle pizzerie, delle discoteche... Caspita, bisogna assicurare il divertimento altrui nel giorno della festa del lavoro! Beh, la chiudo qui. Buon Primo Maggio a tutti... io vado... a lavorare.
Da bambino, a chi mi chiedeva qual era la donna più bella del mondo, io rispondevo senza pensarci due volte, dichiarando solennemente un solo nome ed un solo cognome: Marilyn Monroe. Sapevo che era morta da molto tempo, ed in relazione all'attrice americana di certo non avevo alcun desiderio sessuale, però la concepivo come l'individuazione concreta della bellezza. Se alla televisione trasmettevano un film su di lei, io stavo immobile davanti allo schermo per ammirarla, e la preferivo di gran lunga ai cartoni animati, al pane con la nutella ed alle partite a calcio con gli amici. Nel corso degli anni, naturalmente, ci fu l'approfondimento della sua vita e soprattutto di tutto ciò che caratterizza il mistero attorno alla sua morte, però non me ne sono mai fatto un assillo e Marilyn continua ad essere la donna più bella del mondo ed è in seguito a ciò che vi confesso di avere un debole incredibile per le bionde. E mi sa che andrà a finire che mi sposerò una mora...
Ora, Carlo Croccolo ha dichiarato di avere avuto una storia d'amore proprio con Norma Jean Baker ed "era pazzamente innamorato di lei, solo che stare con lei era un inferno e io, alla fine sono fuggito". Nonostante ciò, comunque, ha vissuto un sogno e magari ha pensato di rivelarlo al mondo, in quanto gli 81 anni l'avranno spinto ad analizzare la sua lunga ed intensa vita. Ha detto che "Lei era stupenda, ma aveva un po' di cellulite". Di certo il doppiatore di Totò non ci avrà fatto così tanto caso, anche perché la vera bellezza non è quella perfettibile ma è quella che conquista il desiderio di un uomo così com'è, senza ritocchi.
Jean de La Bruyère, ad esempio, scrisse che la bellezza è qualcosa di più reale e di più indipendente dal gusto e dall'opinione. La bellezza, infatti, non è imponibile ma è naturale, perché l'uomo non giudica bella la donna che vuole apparire bella, bensì quella che lo è davvero e capita addirittura spesso che le belle non si ritengano tali, affermando che lo sono esclusivamente le altre ed è una missione impossibile convincerle! La bellezza, inoltre, è ineffabile: non si può descrivere ma si evince e basta. E' inconfutabile. C'è uno, ad esempio, che può sostenere davvero che Marilyn Monroe non sia stata una bellissima donna? Non si può mentire ai propri occhi e non si può soffocare il piacere estetico della bellezza, che fugge dal materialismo e s'insinua nel metafisico, giacché qui non si tratta di mera attrazione sessuale, bensì di superba contemplazione.
Ed a proposito, infine, di Andy Warhol e dei recenti murales palermitani, è questo quello che di gran lunga avrei preferito vedere su qualche parete:
Oggi il contratto termina; domani di nuovo in strada, alla ricerca d'un altro lavoro, uno qualunque, purché riempia il vuoto, non solo del portafoglio.
"Non riesco ad andare su internet".
Sono entrato qui un anno fa, con la solita speranza: chissà... magari ci sarà la stabilità... forse una legge... un gesto di bontà dell'azienda...
"Qual è il suo numero di telefono?"
"06301422003"
"Intestato a?"
"Dottor Giuseppe Maria Florio"
Ma il primo mese nulla; il secondo idem.
E poi il terzo e dopo il quarto.
Ed ora ne son passati dodici:
altro violento schiaffo dell'illusione.
"Qual è il sistema operativo del suo PC?"
"Windows Vista: è un portatile, appena acquistato"
C'è stato, nel frattempo, chi ha promesso mari e monti,
il sindacato x, il sindacato y:
ce la faremo stavolta!
il politico di turno: votatemi e vi darò il futuro!
"E qual è il suo modem o router?"
"Nella scatola c'è scritto: NetGear DG834G:
ho comprato questo perché c'è il Wireless,
così ci sarà l'adsl anche per i computer dei miei figli:
si stanno laureando ed hanno bisogno d'internet"
Ed io, stolto, che ci ho creduto!
Manifestazione di qua, manifestazione di là;
incontro di qui, incontro di lì:
ero un numero e non me ne accorgevo
"Il led luminoso che indica la presenza della linea adsl è acceso? fisso o lampeggiante?"
E non ero solo ma parecchi:
tutti affamati di parole da cui estirpare
una speranza di certezza.
Macché! Che illusi!
"Acceso e fisso ma internet non va lo stesso"
Per un attimo ho pure pensato:
e se mandassimo tutti a quel paese?
e se ci coalizzassimo? Siamo tanti, giovani e forti:
altro che rumore, faremmo un boato!
"Mi risulta connesso:
ritengo che il suo router abbia bisogno di essere configurato".
"Mi può aiutare, vero?"
"Certo, è il mio lavoro".
Ed anche gl'altri l'hanno pensato:
ne abbiam parlato spesso:
chi ha proposto sciopero a oltranza, chi ha esortato: a Roma!
chi voleva far vertenza, chi era disposto ad incatenarsi al cancello.
"Apra una pagina d'internet explorer e scriva sulla barra degli indirizzi..."
"Dove?"
"Sulla striscia in cui digiterà www.google.it"
"Ah, ecco".
"Allora, scriva 192.168.0.1"
Peccato che il mondo non è un quaderno
e noi un'unica penna:
non siamo che matite di diverso colore:
microcosmi rassegnati, nonostante l'età.
"Mi è apparsa una finestra"
"Bene, scriva admin come user e password come password"
"Admin?"
"Ancona... Domodossola... Milano.... Imola... Napoli"
"Ok, ho capito".
E nessuno vive al posto mio:
questo è il mio tempo, fatto solo di presente.
Ci vorrebbe una raccomandazione, un bel calcio
così da mettere fondamenta. Ma non conosco nessuno.
"Sul menù di sinistra, clicchi su impostazioni di base".
"Non lo trovo".
"A sinistra, signor Florio".
"Trovato... comunque, dottor Florio".
Vorrei sposarmi con lei, mettere su famiglia,
una casa nostra ed i nostri figli:
l'amore è più forte del precariato.
Ma poi penso all'affitto ed a tutto il resto ed evito l'argomento.
"Tipo di connessione: PPPoE".
"Fatto".
"Username: Benvenuto".
"Ok".
Password: Ospite"
"Ed alla fine della pagina clicchi su applica".
"Perfetto".
Un amico che abita a Trento mi ha detto di andare da lui:
qui c'è lavoro! qui ci sono le fabbriche!
qui 1500 al mese per te, buoni pasto pagati!
Magari... ma sono troppo attaccato alla mia terra: diamine.
"Adesso, dottor Florio, vada su impostazioni adsl"
"Dove, quindi?"
"Proprio sotto impostazioni di base, sempre nel menù a sinistra".
"Ecco, ci sono".
Non si può proprio rimanere in Sicilia e vivere,
anziché sopravvivere? Chissà quando.
Le cose non possono cambiare anche da noi,
nonostante la Peste? Sì, come no.
"VPI deve essere 8, VCI 35"
"Sono già così".
"Metodo di multiplazione: LLC".
"Già c'è".
"Ci siamo quasi allora. Apra un'altra pagina di internet explorer".
25 anni. Laureato in Giurisprudenza.
Dovrei volere spaccare il mondo:
entrare dentro la fessura ed essere parte attiva di esso.
Ma sono precario, uno stato d'animo.
"Perfetto! Navigo!"
"Bene, abbiamo risolto il problema".
"La ringrazio, buona giornata".
"Grazie per averci chiamato".
Finita l'ultima chiamata. Spengo il PC.
Libero la postazione. Metto la firma d'uscita.
Esco fuori. Eccomi in macchina.
E ora?
Io sono nessuno immischiato col niente: non ho mai pensato di avere trovato la bacchetta magica in seguito a ciò che ho scritto riguardo all'assenza d'informazione delle manifestazioni sindacali all'interno di Palazzo Gamma. Non sono stato populista, qualunquista e demagogo e di certo non lo sarò mai. Ho solo polemicamente sottolineato con coraggio che c'è qualcosa che non va nel meccanismo della rappresentanza sindacale nell'azienda in cui lavoro ed il mio lamento è stato così fondato che Rosario Faraone ha ammesso il "difetto di comunicazione". Tutto qui e nonostante ciò, sono stato tacciato di avere mosso una guerra tra poveri (interinali da un lato ed ex interinali dall'altro); di avere infangato l'operato del sindacato; di avere testimoniato il falso. Caspita! Nemmeno io riesco a darmi tutta questa importanza! Non sono, infatti, che un tele-operatore call-center in-bound con contratto a tempo determinato, nel pieno della 2° proroga. Con ciò significa che al massimo potrò stare dove sono fino al 31 dicembre, termine della eventuale 4° proroga, con possibilità (concreta) di trovarmi in una strada o il 1° luglio o il 1° ottobre. E poi? Di nuovo a cercare lavoro; di nuovo ad accontentarmi di ciò che offre il convento per trovare i soldi che non mi servono per pagarmi la rata della macchina nuova; che non mi servono per riempire il vestiario con gli abiti all'ultima moda ma per mangiare e per contribuire alle spese della mia famiglia. In seguito a ciò ho avuto il sacrosanto diritto di arrabbiarmi quando ho letto sul Giornale di Sicilia che era stata organizzata una manifestazione per la stabilizzazione degli ex interinali... e mi sono chiesto: ed io che non sono (almeno per ora) un ex non conto nulla? dov'è stata l'informazione a riguardo? Ed ecco dunque questo post, quest'altro e quest'altro ancora. E dire che c'è stato chi ha scritto qui e chi ha detto con astio a Palazzo Gamma che ho fatto tutto questo per mania di protagonismo. No, l'ho fatto per rabbia e lo rifarei. Però vorrei non essere l'unico che si espone, che ci mette il nome ed il cognome. Da soli non si arriva da nessuna parte. In poche ore ho sentito molte voci, la maggioranza delle quali preoccupanti circa il futuro degli attuali interinali della Wind di Palermo. Ma non posso accollarmi la responsabilità di renderle note, perché non sarei altro che un trasmettitore indiretto. Chiedo, dunque, ai miei colleghi che sanno notizie che devono essere note agli altri di avere il coraggio di esporsi, anche perché a quanto pare non abbiamo nulla da perdere. Io ho fatto la mia parte, basandomi su informazioni certe e dirette; vorrei che anche gli altri facessero la loro, altrimenti tutto questo rientra nella categoria delle urla nel deserto. Ci vuole una coesione d'intenti ed una strategia comune; magari non raggiungeremo l'obiettivo fantasioso della stabilizzazione a breve termine(è molto più probabile che un asteroide impatti sulla terra), però si può fare più che rumore. E se io, con un solo post, sono riuscito a "infangare il lavoro del sindacato" ed "a smuovere una guerra tra poveri", cosa si potrebbe fare con più gente che partecipa per la difesa del futuro? Si genererebbe un boato, il cui eco si sentirebbe a migliaia di chilometri di distanza dalla fonte. Eppure noto rassegnazione e timore e ciò mi dà rabbia e non faccio solo riferimento al caso specifico degli interinali di Palazzo Gamma, in quanto il precariato è una piaga nazionale. Domani, comunque, ci sarà la manifestazione degli ex colleghi davanti ad un negozio della Wind di via Libertà. In bocca al lupo, a tal proposito, ai partecipanti, giacché tutti quanti condividiamo il medesimo problema, cioé quello dell'incertezza. E non è la differenza tra contratto in corso e contratto in scadenza che ci pone su due piani diversi, perché chi oggi risponde all'assistenza tecnica di Wind, domani sarà di nuovo alla ricerca di un altro impiego. Peccato, tuttavia: in questi casi conta il numero e la pressione che ne deriva. Da soli, ribadisco, non si va da nessuna parte...
Aggiornamento 13:16: ITALPRESS: Un centinaio di lavoratori interinali della Wind sta manifestando a Palermo in via Libertà, davanti ad un punto vendita dell'azienda. L'iniziativa è stata organizzata per protestare contro il mancato rinnovo del contratto di lavoro. La maggior parte di questi giovani ha prestato servizio per più di 24 mesi nei call center della società di telecomunicazioni. "L'azienda - dicono all'ITALPRESS i rappresentanti di Slc Cgil, Rosario Faraone, Fistel Cisl, Francesco Assisi, e di Uilcom Uil, Giuseppe Tumminia - ha utilizzato i lavoratori in maniera strutturata. Ha chiuso il 2007 con un bilancio in attivo, ma non ha confermato questi dipendenti. Lunedì abbiamo presentato alla Wind una piattaforma di rinnovo del contratto aziendale e chiesto di aprire un confronto sugli organici. I lavoratori - concludono i sindacalisti - chiedono di essere stabilizzati. Questo è l'inizio di una vertenza più ampia che vede il coinvolgimento anche dei lavoratori a tempo indeterminato".
Ecco riportata l'agenzia stampa delle 12:46. Precisamente non si tratta di un mancato rinnovo del contratto di lavoro, in quanto la fattispecie contrattuale utilizzata può essere prorogata solo 4 volte e gli ex colleghi hanno raggiunto questa soglia. Bisogna attaccare l'abuso di questa strategia, che si basa sulla legge in vigore. La stabilizzazione, inoltre, è un bene di tutti e mi auguro che davvero ci sia il coinvolgimento dei dipendenti, giacché paiono ancora troppo restii: una solidarietà da parte loro sarebbe più che auspicabile, sempre per il medesimo concetto del più siamo, meglio è. A Palazzo Gamma, nel frattempo, tutto tranquillo.
Sono stanco, mentalmente sfinito ma appassionato. Ho saputo parecchie cose in relazione a ciò che ho scatenato in virtù di questo post e di quest'altro, nonché attraverso l'intervento del Giornale di Sicilia ed all'impegno a Palazzo Gamma. E prima di andare a letto, ho voglia ancora di scrivere.
Innanzitutto, non mi sto comportando in questo modo per mania di protagonismo: non ho bisogno di un piedistallo su cui salire per farmi vedere meglio. Ho deciso di reagire perché sono stanco di essere trattato come un burattino; sono stanco di non avere la certezza di un futuro da vivere con dignità; sono stanco di non avere la possibilità di sognare di mettere su famiglia nella mia amata città; sono stanco di stare zitto, tollerando ciò che accade attorno a me senza sprecare almeno un po' di fiato per palesare la mia rabbia. Perciò ho scritto quello che avete letto con tono polemico, perché ho deciso che questo è il mio momento per dire basta, non in quanto è semplicemente quello opportuno: così è. Ed io non ho paura.
I commenti, per lo più giustificatamente anonimi, dei miei colleghi stanno dimostrando che sono riuscito nell'intento di creare un piccolo forno entro il quale mettere legna da ardere. Ma avverto ancora troppa rassegnazione ed il "tanto non cambia nulla" è una frase triste di cui troppi fanno abuso. Non è così ed il coraggio è lo strumento per tentare di giungere ad almeno una speranza di vedere le cose da una prospettiva ottimista. E bisogna sapere incassare, senza dare sfogo alla rabbia, giacché l'attacco iracondo è l'arma dei deboli e di chi sa di stare per perdere o di chi vuole vendicarsi per un tremendo rimprovero subito. Non arrendiamoci e lottiamo per essere liberi di sognare un futuro stabile, senza farci mettere il bastone alle ruote da nessuno. Non c'è un uomo più uguale dell'altro, anche se questa società vorrebbe insegnarci il contrario e ricordiamoci che la nostra età è il migliore tempo possibile per provare a cambiare lo stato delle cose, giacché non lo facciamo solo per noi ma anche e soprattutto per coloro che verranno da noi. Ed io, nel frattempo, sono fiero di essere un "pinco-pallino" e criticato perché ho usato un tono polemico contro ciò che ho accusato e di conseguenza ottenuto. Le conquiste non si ottengono con le carezze: ciò ha dimenticato il sindacato contemporaneo, figlio dell'egoismo della società di oggi. Strano, comunque, che debba affermare ciò uno che sa di essere di destra, lontano dalla prospettiva attraverso il quale la gente di sinistra vede il mondo. E "forse somigli davvero a tuo nonno ma non ai moderni sindacalisti che sono scarsi, distratti e si arrendono sempre". Proprio così: io non mi arrendo mai, neanche se fossi lasciato solo con me stesso e continuerei a farlo anche per chi lo ha permesso.
Eccovi l'articolo, di cui vi ho anticipato la realizzazione in questo post.
Tutti ormai parlano di precariato, non solo i politici. Se ne discute in televisione qua e là ed al cinema è appena uscito il film di Paolo Virzì, Tutta la vita davanti, ambientato proprio in un call center. Ebbene, essendo anch’io uno di quelli che dà anima e corpo alla risoluzione delle esigenze dei clienti, regolato da un contratto caratterizzato dall’oggi ci sei-domani forse-dopodomani no, sono protagonista del problema del momento. Vivo al presente, così come tutti i miei colleghi cosiddetti interinali (a proposito, è sbagliato definirci in questo modo, in quanto il lavoro interinale è stato abolito con la legge 30/2003, altrimenti nota come Biagi): diamo rassegnata applicazione al carpe diem di Orazio; l’epicureismo, infatti, è la nostra filosofia. Ma non perché ci piace essere pienamente immersi nell’attimo, fregandocene di quello che viene dopo. Siamo, infatti, costretti ad essere così. Un precario, ad esempio, non può realizzare progetti a lungo termine in quanto non ha la materia prima necessaria, cioè il futuro certo. Eppure, caspita, siamo altamente produttivi; curiamo nel minimo dettaglio ogni contatto telefonico; abbiamo un rapporto stimabile con la professionalità. Tutto ciò perché siamo affamati di emersione ed abbiamo voglia di sentirci parte di un tutto, di rendere socialmente utili le nostre esistenze. Razionalmente, il precario dovrebbe essere meno motivato del dipendente: il primo è destinato ad andarsene, mentre il secondo a restare. Ma non è così, giacché nel nostro caso tendiamo a mettere il cuore oltre all’ostacolo, perché i giovani sono naturalmente tendenti alla speranza che i sogni si possono realizzare e sono disposti a tutto pur di sfruttare anche una solapossibilità per viverli. Però spesso ci si sveglia prepotentemente, così come è accaduto ai miei colleghi che il 31 marzo hanno dovuto abbandonare le loro postazioni, giacché al di là della 4° proroga non ci può essere il 1 aprile. In quella mattina al call center ho respirato tristezza e rassegnazione; ho visto negli occhi di chi sapeva che doveva abbandonare il proprio affezionato posto di lavoro lo sconforto di chi ha perso ancora una volta una battaglia campale, con l’incertezza di sapere se potrà scendere nuovamente in campo per una rivincita. E vi confesso che con grande fatica sono riuscito a non rendere rossi anche i miei occhi. Ho avvertito la sensazione della solitudine del precario, perché non c’è nessuno che effettivamente tutela il nostro interesse, che è quello di vivere anziché sopravvivere. Tutto ciò perché a Palermo, fuori dalle mura di Palazzo Gamma, c’è uno dei peggiori mercati del lavoro italiano: le poche offerte dignitose sono solo per chi ha la raccomandazione, ma quella potente, perché ormai non serve più nemmeno quella tenue. I “figli di nessuno”, invece, devono accontentarsi delle briciole ed è dura soprattutto per chi ha dovuto abbandonare un’oasi felice. E’ come se un principe si addormenta nel suo fastosissimo palazzo e si sveglia in una grotta umida. A questo punto la domanda sorge spontanea: perché non tentare la fortuna altrove? E la risposta è istintiva: no. We have a dream: i giovani palermitani vogliono realizzarsi nella propria città, in cui la mafia non è più un anti-Stato rassegnatamente accettato ma è la causa di tutti i mali, l’erbaccia da estirpare con forza. Lottare contro di essa significa anche lottare per sbarcare il lunario soprattutto nella Conca d’Oro. C’è da consumare, comunque, tutti gli spigoli sott’occhio a forza di testate per la rabbia, fidatevi. Eppure non chiediamo mica il mondo! Desideriamo futuro, soprattutto perché anche noi vorremmo cominciare a sognare nel momento in cui ci svegliamo, anziché rassegnarci all’idea che tutti gli uomini sono uguali, ma ci sono uomini più uguali degli altri: essere giovani è un diritto, non una colpa.
P.S.: Se volete leggere qualcos'altro a proposito di questo argomento, vi consiglio di dare un'occhiata anche a questo post ed alla discussione relativa presente nei commenti.
Walter Schels è un fotografo tedesco di 72 anni che ha deciso di occuparsi della più grande paura dell’uomo, cioè la morte. Ed a Londra, più precisamente al Wellcome Collection di Euston Road, c’è una mostra dei suoi scatti, intitolata “Life before Death”. Ventuno di queste immagini possono vedersi sul sito di Repubblica e sono adatte a lettori non facilmente impressionabili. Cliccate qui se volete darci un’occhiata. Io le ho viste, dedicando ad ognuna di esse più che una toccata e fuga, giacché hanno esortato la riflessione non tanto nel prima o nel dopo, quanto nel durante. Le fotografie di Schels, infatti, pongono quegli interrogativi che caratterizzano da sempre il pensiero umano e soprattutto non hanno una risposta certa ma tante quante sono le fedi in merito. L’artista tedesco ha affermato che i suoi scatti servono per “vincere la paura”, in realtà contribuiscono a fomentarla, perché testimoniano il passaggio sul volto dall’essere al non essere, individuato, ad esempio, dagli occhi chiusi e dalla pelle ritratta. Ritengo che il timore possa essere superato esclusivamente dalla fede, che non è soltanto quella religiosa, giacché anche l’ateismo lo è, perché si crede che nessun Dio esista e la morte è considerata lo stato del non essere, cioè dell’assenza dell’io che piomba nel nulla. Da un lato, dunque, si ha fede nel fatto che ci sia un’altra vita dopo questa; dall’altro che abbiamo a disposizione solo questa esistenza. Per dirla alla Epicuro, quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi, da cui discende il celeberrimo carpe diem di Orazio. Il Cristiano autentico, invece, vive la vita proiettata a quella che sta al di là della morte, concepita come un momento di passaggio. Ci si deve comportare bene adesso per meritarsi il Paradiso dopo, altrimenti si rischia di essere dannati per l’eternità all’Inferno. C’è anche il Purgatorio, il quale è una invenzione medievale: non c’è alcuna traccia di esso nelle Sacri Scritture. Si tratta di un escamotage che diede possibilità alla Chiesa di allora di ricevere sostegno economico dai ricchi attraverso le indulgenze. Sono cristiano, così come si evince dal sottotitolo di questo blog, però non accetto tutto in toto, eccetto i dogmi fondamentali che costituiscono gli elementi del mio credo. Della morte, ad esempio, ho paura e non la nascondo: è uno dei temi fondamentali del mio primo romanzo, il Cuore ha sempre Ragione, in cui il protagonista, Alessandro, riesce a superare la paura grazie ad un aiuto davvero straordinario. So che non riuscirò mai a superare questo timore e di conseguenza ne sono attratto. Perciò la mostra di Walter Schels ha catturato la mia attenzione. Attendo adesso un vostro pensiero a riguardo.
Sono triste, profondamente triste. In questi giorni spesso i candidati alle elezioni politiche parlano di precariato, di cosa fare per rendere stabile il futuro di noi giovani. Ebbene, oggi è il 31 marzo, una data che al Palazzo Gamma di Palermo, dove la Wind ha il suo call center di assistenza, significa scadenza contrattuale. Una ventina dei miei colleghi ed amici domani non saranno in postazione, non indosseranno la cuffia, non risponderanno alla chiamata del cliente. Non si tratta di un melodramma ma di una tragedia reale. Sono ragazzi che hanno lavorato professionalmente per almeno un anno ed ogni giorno con la speranza rassegnata di avere anche la più piccola possibiltà di progettualizzazione del futuro. A causa del segreto aziendale, non posso rendere noto il contenuto delle e-mail che sono girate stamattina alla Wind ma la maggioranza di esse è davvero triste. Quelli che domani ci saranno, tra cui io, sanno benissimo che avranno la medesima sorte quando la legge non consentirà all'azienda di prorogare il contratto. Ma non è soltanto una questione di legge, anzi. Ed ora potrei fare il comunista, quello vero e forse mi riuscirebbe meglio di quelli che stanno nella sinistra estrema, nonostante io sia di destra. Però voglio urlarvi del fatto che il precariato è una piaga della nostra società ed è una peste che non ci permette di sperare nel futuro; questo stato delle cose vorrebbe che ci concentrassimo soltanto nell'attimo ma l'uomo ha l'inclinazione naturale al senso della certezza. Vi posso dire, comunque, che ho visto gli occhi rossi dei miei colleghi, non solo di quelli a cui è scaduto il contratto. A Palermo, infatti, tornare in cerca di lavoro è straziante poiché in giro ci sono scarse offerte di lavoro dignitose e la maggioranza di esse sono per i raccomandati ed essendo in periodo di elezioni con le promesse si potrebbero riempire le Fosse delle Marianne. Il guaio sta anche nel fatto che noi giovani subiamo tutto questo senza pensare all'azione, perché le parole non servono a nulla e soprattutto non abbiamo bisogno delle orazioni della politica, soprattutto di quella in cerca di consensi per la conquista delle poltrone. La rassegnazione ha raggiunto un livello così alto che quando noi giovani precari parliamo della nostra condizione spesso diciamo: "Tanto non possiamo fare nulla". Di chi è la colpa? Del pacchetto Treu, della legge Biagi? Beh, in quest'ultima è previsto lo staff-leasing e l'indennità d'indisponibilità ma quest'istituto è usato col contagocce dalle agenzie di lavoro. Sarebbe una soluzione al problema, creando un rapporto di lavoro a contratto a tempo indeterminato tra il precario e l'agenzia di lavoro. Comunque, al diavolo oggi le soluzioni... in questo momento ci sono ragazzi che piangono, che non sanno cosa dovranno fare domani mattina, una volta alzati dal letto. Sarà durissima cercare una nuova posizione lavorativa e molti inizieranno ad accettare le tante schifezze proposte dal mercato del lavoro siciliano. Per me e per gli altri che domani saranno in cuffia è solo una questione di tempo. Io già vorrei lottare da ora ma mi accorgo di non avere molta compagnia, di non essere accerchiato da gente che ha voglia di dare azione motrice alle parole di rinnovamento. Però non voglio mollare.
Benjamin Franklin disse: "Ami la vita? Allora non sciupare il tempo, perché è la sostanza di cui la vita è fatta". Per l'appunto, riparliamo del tempo e del rapporto che intercorre tra esso e l'esistenza quotidiana. Ebbene, se c'è una cosa che spesso si sbaglia e tendersi al domani, come se non vivessimo davvero nell'attimo, bensì in quello dopo, ancora non esistente. Niente di più sbagliato, perché si tratta di una perdita di tempo. La felicità, infatti, non sta nell'assicurarsi la soddisfazione nel momento successivo a quello in cui ci si trova nel presente, bensì nell'ottenere tutto il possibile dall'attimo, vissuto con la certezza di stare facendo ciò che esige la volontà personale nel pieno rispetto di quella altrui. E poi, come disse Marco Aurelio, bisogna "compiere ogni azione come fosse l'ultima della vita", non solo perché in questo modo si gode al meglio dell'attimo, ma anche perché non abbiamo mica la sicurezza che non sia così: Chi di noi è al cento per cento certo che domani vivrà? Nessuno. E poi non c'è cosa più mesta che il rimorso ed a proposito Mario Soldati disse che: "il rimorso è per ciò che siamo e fatalmente saremo: non riguarda il passato, ma anche il futuro". Non permettiamo, dunque, di coltivare i rimorsi, altrimenti il nostro raccolto non potrà che essere amaro: la vita è un dono che non può essere goduto, se ci si lascia andare alla rassegnazione, senza lottare per tentare di elargire concretezza al desiderio di felicità. Ed io non vorrei assolutamente un giorno trovarmi davanti ad una finestra, col volto rugato, pensando al passato e ponendomi in relazione ad esso la domanda: "Come sarebbe andata la mia vita se...?". Ciò che voglio è che il tempo non sia fattore di disagio esistenziale. E termino con un pensiero di Antifonte: "Ci sono persone che non vivono la vita presente, ma si preparano con grande zelo come se dovessero vivere una qualche altra vita e non quella che vivono: e intanto il tempo si consuma e fugge via".
Questo è uno di quei giorni in cui non ho nulla da scrivere di preciso, non perché mancano gli argomenti su cui stillare qualche pensiero (potrei pubblicare qualcosa, ad esempio, sullo scatafascio della maggioranza a proposito della legge elettorale). Mi piacerebbe fare altro, infatti. Tutto ciò in quanto stanno avvenendo sorrisi che monopolizzano la direzione della mia attenzione e non posso celare che la cosa non mi stia dispiacendo affatto, dimostrando che la vita sia davvero come una scatola di cioccolattini, non sapendo mai cosa ti capiti. Ci sono, tra l'altro, certe emozioni nei confronti delle quali non si può ergere alcun muro, soprattutto perché non c'è la volontà di farlo, anzi ci sarebbe quella di realizzare un lungo ponte. Ed essendo convinto assertore che non bisogna lasciare alcuno spazio al rimorso, elargendo respiro al desiderio, seguendo il comandamento vitale del carpe diem, io non freno l'attuale propensione del mio animo, in stretta combutta con la mente. L'esistenza, infatti, è una: non c'è un'altra possibilità e non si può toccare per due volte la stessa porzione d'acqua di un fiume che scorre. Bisogna lasciarsi andare alla sua forza e non temere che ad un tratto possa esserci la cascata, giacché può accadere anche che ci sia lo sbocco nell'oceano. Questo perché non sappiamo nulla del futuro, che è aspettativa, non una individuazione concreta di una parte del tempo, che non c'è. E non ascoltiamo gli echi del passato, che fanno parte dei ricordi: cogliamo l'attimo, non essendoci la certezza del domani. E non guardiamoci allo specchio ma cerchiamo il riflesso dei nostri occhi in quelli in cui possiamo ammirare il nostro desiderio di felicità, con la speranza che si possa trovare quel qualcosa di meraviglioso che rende la vita l'unico dono per cui vale la pena vivere.
Domani sarà il 25 dicembre, ovvero il Santo Natale. Ma ci sono notizie che scuotono la mia anima, notizie nei confronti delle quali la mia fede si chiede un perché che non avrà risposta. E' accaduto ad Hilla, in Iraq, che 12 bambini sono morti investiti in pieno da un treno merci, mentre a bordo della loro auto familiare cercavano di attraversare un passaggio a livello a Sayahiyya. Ed ora la polizia del posto sta dando la caccia al macchinista, che sta fuggendo. Credo in Dio ma a volte non Lo capisco. D'accordo, c'è il libero arbitrio e via discorrendo, però a volte mi sembra che Ci lasci un po' troppo soli e che permetta che il male abbia il sopravvento, soprattutto a danno degli innocenti, come nel caso di questi 12 bambini. Dovrei credere pienamente che ora stiano meglio, che si trovino tra le Sue braccia amorevoli, però non riesco ad accettare umanamente simili tragedie. Mi fido di Lui, comunque: mi fido che i loro angeli custodi abbiano sottratto le loro anime dai loro corpi prima dell'impatto con il treno, giacché Dio sapeva che era giunto il loro momento di abbandonare la vita, in quanto è onnisciente. Perché Egli è così buono che non può avergli fatto patire, anche per un solo secondo, la sofferenza fisica e psicologica della comprensione che la fine sarebbe giunta in un attimo, il giorno prima di Natale.
I post sull'amore hanno generato oltre 500 pagine viste nella sola giornata di ieri, segno che l'Amore ha sempre il suo fascino nei lettori della blogosfera. Si può criticare o meno la scelta di aver pubblicato le lettere di Filippo e Rosetta ma è un dato di fatto che ne è conseguita una discussione sull'essenza dell'Amore abbastanza interessante. Ora, non esiste solo l'amore di una coppia di innamorati ma anche quello che lega una madre al figlio: si tratta di un sentimento che ha persino un quid di sovrannaturale, un insieme di emozioni che deriva dallo straordinario fatto che la donna crea in sé il proprio pargolo ed è questo il miracolo più grande della vita. Ed oggi vi propongo un esempio epistolare di questo, un esempio composto e volutamente formale in cui si comprende parimenti l'angoscia di una madre, il cui nome è Virginia, perché non ha avuto ancora notizie sul figlio Goffredo impegnato in non si sa quale fronte della Grande Guerra. La lettera in mio possesso è un documento originale:
4 Giugno 1916
Caro Ciccio,
volentieri aderisco all'Opera a favore degli orfani dei morti in guerra. Sottoscrivo come socia affettiva e per tutto il tempo che piacerà a Dio, di mantenermi in vita. Scriverai quindi ciò che crederai nella schedina che ti rimando da me firmata. Spero avrai buone notizie dei tuoi figli - noi in grande preoccupazione per Goffredo ignorando ove egli sia in questo momento - Lo sapevamo in riposo ad Aquileia ma dalle sue brevi cartoline, che da qualche giorno ci arrivano, l'ultima delle quali, in data del 27, ci fanno supporre che dev'essere già tornato in linea e che lo tenghi celato per non angustiarci maggiormente; che il Signore lo assista e lo protegga come ha fatto fin'ora. Accetta i miei più cordiali saluti anche per tuo padre - A Caterina un bacio affettuoso.
Illustrissima Virginia.
P.S.: Quando scenderò in città ti farò pervenire la mia prima contribuzione.
Anche in questo caso si tratta di una lettera comune, di una donna qualunque indirizzata ad un uomo qualunque, di cui non sappiamo nulla né sapremo mai qualcosa. Di Goffredo, ad esempio, non avremo mai la notizia se sia ritornato o meno dal fronte ma anche in questo caso tendiamo ad essere positivi, giacché tra il bene ed il male, quando si ingnora un fatto, bisogna sempre pensare al primo. Immaginiamo, comunque, l'angoscia di una madre (e di un padre) nel comprendere che il figlio non dia notizie di sé in quanto è probabilmente a combattere da qualche parte. E da ciò ne deriva la solidarietà della donna verso coloro che già sanno che non tornerà più un caro vivo dalla guerra, accettando di contribuire al versamento di una quota fissa per gli orfani dei caduti, con la speranza di non soffrire il medesimo dolore.
L'Amore non è né una scemenza né uno scoop. Non è scemenza, anzi è trionfo dell'intelligenza della vita. Non è uno scoop, ma è più vecchio dell'uomo, in quanto noi siamo il frutto dell'Amore di Dio. Non c'è, inoltre, un Amore di serie A ed uno di serie B: sia Dante Alighieri che Filippo Castrogiovanni provarono lo stesso sentimento rispettivamente per Beatrice e Rosetta. L'Amore sta prima della nascita e dopo la morte di ognuno di noi, perciò è l'Amore che rende uguale un uomo ad un altro uomo. E l'Amore sta all'Ardore così come il Cuore sta alla Ragione: canta Venditti, infatti, che non c'è sesso senza amore, ricalcando Catullo che diceva alla sua amata ti amo e ti voglio bene. Lo pensavano anche Filippo e Rosetta, due persone semplici, due innamorati che vivevano la settimana in relazione alla sua fine, odiando il lunedì ed amando il venerdì. Dove sta l'eccezionalità? In niente: è questo il bello. L'Amore non è eccezionale, ma è naturale.
Filippo e Rosetta non avrebbero mai potuto immaginare che 51 anni dopo le loro intimissime lettere sarebbero state pubblicate su un blog. Di loro non sappiamo nulla, non sappiamo nemmeno se si sono poi sposati nel mese di settebre del 1956, ma a me piace credere di sì; non sappiamo se poi hanno avuto una vita felice e non sappiamo se sono ancora tra di noi. Abbiamo conosciuto, però, chi erano attraverso le loro parole: siamo entrati nella loro vita di allora, siamo stati lontanissimi testimoni del loro ardore. E non so se la stessa cosa vale anche per voi, però adesso ho una enorme curiosità di saperne più di loro ed indagherò, non solo sperando di trovare qualche altra lettera, ma soprattutto cercando e magari ottenendo informazioni che mi possano condurre a loro. Abbiamo letto che furono pienamente immersi in un amore compiuto, un amore che è passione ed affetto allo stesso tempo (e Catullo soleva dire alla sua Lesbia te amo et te bene velle). Un amore del loro tempo, da tenere lontano dagli occhi indiscreti e dalle critiche delle malelingue, da vivere con pazienza, da godere in ogni momento possibile. I due fanno una distinzione tra sesso e passione carnale e la differenza sta nell'assenza di poesia nel primo: Filippo e Rosetta, infatti, fanno spesso riferimento all'importanza che l'ardore sia poetico, altrimenti perderebbe di significato. Divertentissimo è poi il modo con il quale raccontano le loro vicessitudini erotiche, spesso boccaccesche. Filippo è metaforico e fa riferimento al suo membro usando tue termini: tenente e essere. Ed assistiamo persino ad una sorta di dialogo con l'individuazione carnale della sua sessualità, che sembra uscito dall'estro artistico di Moravia. Rosetta, invece, è più "volgare" (come la definisce qualche volta il suo "maritino"), cioé è più sfacciata ed è memorabile la dichiarazione del suo desiderio di spogliare il fidanzato a mare. Il sesso è considerato come una naturale espressione dell'amore, una necessaria derivazione dell'affetto che provano l'uno per l'altro. Ed i due si amano alla follia e si riempiono in continuazione di parole dolci ed usano sovente epiteti quali "amore mio eterno", "gioia della mia vita", ecc. Filippo, inoltre, dimostra di avere ben definito il proprio modus vivendi e si sforza a scrivere nell'italiano migliore possibile, spesso ricorrendo a vocaboli palesemente ricercati per fare colpo. E' un uomo che ha un'officina meccanica a Piazza Armerina, ma è pieno di debiti e se potesse, regalerebbe il mondo a Rosetta. Ella, invece, sembra avere qualche problema di salute: sia la donna che l'uomo, infatti, fanno riferimento a "visite", a "dolori" ed è inquietante il riferimento al sangue che non riesce a controllare, ma che non ha impedito alla donna di andare al cinema a vedere un film, di cui ha seguito solo il finale. Forse è tubercolotica, perché forse lavora in una miniera. Trascrivere le lettere non è stato facile, perché la grafia dei nostri due promessi sposi non è stata sempre chiara, anzi spesso ho avuto così tante difficoltà che ho dovuto capitolare ed usare la parentesi con scritto "parola incomprensibile". Ma è stato uno stupendo viaggio nel cuore di due semplici siciliani e mi auguro che non sia già finito, giacché la nostra società ha bisogno di genuinità come la loro e di recuperare la beltà dell'Amore, la poeticità dell'Ardore, la pazienza della Relazione.
Eccovi, infine, due fotografie. La prima immortala una busta contenente una lettera di Rosetta con tanto di impronta delle sue labbra. La seconda, invece, riguarda la grafia di Filippo.