
Facebook non si lascia, così come ha esortato Gianpiero D'Alia (il presidente dei senatori dell'Udc e membro della commissione Antimafia), se non dovesse cancellare i gruppi che inneggiano ai boss mafiosi, e stando a ciò che il portavoce del social network ha detto al Times, di certo non lo farà (ma preferisce prendersela con le madri che allattano).
Ma Facebook si usa per avviare anche sul web una battaglia culturale contro la mafia, spingendo coloro che hanno mitizzato la figura di Riina nella parte giusta della barricata, promuovendo una globale lotta dell'antimafia, perché cosa nostra non si sconfigge solo nelle aule dei tribunali. Perciò sono d'accordo con le dichiarazioni a riguardo di Rita Borsellino, sorella di Paolo, ucciso il 19 luglio del 1992. Ella, infatti, ha detto: "Verrebbe la tentazione di dire ‘mi tiro fuori dal social network’, invece non è così, anzi bisogna occuparlo per fare in modo che chi ha cattive intenzioni non trovi spazio e sia costretto a confrontarsi con chi invece ne fa un uso corretto".
Bisogna fare capire a Facebook che ogni utenza bisogna gestirla nella sua particolarità nazionale. In Italia la mafia è un'associazione criminale che va contro alla coscienza civile, dunque è "inappropriato" ogni riferimento positivo ad essa. Concordo, pertanto, con le parole di Vittorio Zambardino di Repubblica, a cui ha dedicato alla vicenda questo post: "Ma forse Facebook farebbe bene a dotarsi al più presto di un ufficio di rappresentanza localizzato in Italia, con personale italiano, e non invece soltanto di una rete di raccolta pubblicitaria. Quasi 5 milioni di utenti di questo paese se lo meritano".
Occorre dare una lezione mediatica a chi ha aderito con positività ai gruppi dei boss; e se si può, anche una lezione di altro stampo. Si sa che la polizia postale sta indagando e sta tenendo d'occhio la situazione. Si sa anche che Salvino Caputo, deputato regionale siciliano di Alleanza Nazionale e componente della commissione antimafia regionale, ha deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Palermo nei confronti del social network. Ecco il suo commento: "Dov'è la scuola? A cosa serve spendere milioni di euro di risorse pubbliche per educare i giovani alla legalità se poi in migliaia si rivolgono a un sito internet per inneggiare ai boss mafiosi Riina e Provenzano dileggiando martiri come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino? E perché nessuno interviene per oscurare il sito ed individuare tutti coloro che lanciamo messaggi distruttivi?".
Con il dialogo (anche feroce), ad esempio, sono riuscito a strappare un "allora, scusami" ad un fondatore di uno dei quei gruppi, che mi ha contattato tramite MSN per dirmene quattro. Alla fine il ragazzino (non siciliano, ma campano) mi ha confessato di avere realizzato il gruppo perché mosso dalla fiction di Canale 5 e non conosceva quella lunghissima ed efferata parte di storia della mafia che gli ho propinato in poche righe, partendo dalla fine dell'Ottocento, ricordandogli alcuni delitti eccellenti, partendo dal primo: Emanuele Notabartolo.
Grazie alle private conversazioni con questo ragazzo e con altri, ho capito che il guaio sta anche (e soprattutto) nel fatto che non si conosce la storia così come dovrebbe essere insegnata, ma quella che è raccontata superficialmente (e malamente) dalle fiction televisive. Non è, dunque, una colpa da addebbitare essenzialmente agli artefici di queste arroganti e stucchevoli iniziative, ma all'assenza di una diffusione scolastica capillare della coscienza dell'antimafia.
Considerato, quindi, che siamo in presenza di gente che non sa come stiano davvero le cose, allora ben vengano le manifestazioni positive di questi giorni su Facebook. Sono sorti molti gruppi antimafia (come questo), ed ora c'è persino la richiesta di una class action internazionale contro tutte le organizzazioni mafiose (ecco il link), a cui stanno aderendo migliaia di utenti di Facebook. Perciò non sono d'accordo con un commento che è stato rilasciato su Sciacca.Blogolandia.It (l'altro urban blog di cui sono il "sindaco", oltre a quello di Palermo), dove ho riportato l'indignazione del Times ed il link ad una petizione online. L'utente Lelio Giaccone, infatti, ha scritto: "Ho un’idea diversa: perché non raccogliere firme contro l’idiozia, da una parte e dall’altra? Sono contrario a qualunque forma di censura, tranne che in quei casi in cui si colpiscono persone indifese; David Irving ha girato quasi indisturbato l’Europa facendo conferenze in cui negava l’olocausto, e continua a vivere indisturbato a casa sua, la Francia ha ospitato ed ospita terroristi temendo persecuzioni nei loro confronti, la Gran Bretagna è stata ed è tuttora il comodo rifugio di Imam e Sceicchi sospettati di amicizie pericolose, e noi non possiamo compatire qualche poveretto? credo che quel sito non abbia conquistato un solo consenso allo “zio Totò”, consenso che rischia di arrivare ora, con la grande visibilità data da quelli che volevano combatterlo". Io ho risposto che non sono assolutamente stupidi coloro che s'indignano e coloro che stanno diffondendo il proprio disgusto nei confronti dei gruppi "mafiosi" su Facebook; per di più, scrivere contro la mafia non è mai male, perché uno dei bisogni essenziali di cosa nostra è il silenzio (Bernardo Provenzano docet): noi, gente che tendiamo al bene, gente che amiamo la Sicilia, gente che reputa eroi Falcone, Borsellino e tutti gli altri, dobbiamo urlare.
- author: WG
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