Nel periodo in cui ci si sta scandalizzando giustamente per i fans dei boss mafiosi su Facebook, oggi è il giorno di ricordare un vero eroe, uno di cui non si può che essere ammiratori: Giuseppe Fava.
Il giornalista (e non solo), nato a Palazzo Acreide nel 1925, fu ucciso a Catania 25 anni fa e per il delitto sono stati condannati i membri del clan mafioso dei Santapaola.
Per ricordarlo, riporto un post che pubblicai l'anno scorso su Palermo.Blogolandia.It (ed ho riproposto anche oggi), in cui trascrissi quasi integralmente un suo lungo articolo, derivante dalla rivista I Siciliani del 6 giugno 1983. Il titolo è: I 100 Padroni di Palermo.
"Camminare a Palermo. Il viale bianco di sole. Le grandi nuvole che arrivano da Punta Raisi, la loro ombra corre sul viale più veloce delle auto. Il cielo sul mare è abbagliante, il cielo sulle montagne a sud, è nero di tempesta. Il gelato da Roney. Tre signore di mezz’età stanno sulle poltroncine verdi, con le sopracciglie alte e le boccucce delle signore di Tolouse Lautrec, sedute al divano rosso. Fumano con boccate avide, l’una racconta e continuamente ride, scuote la cenere in aria, l’altra sorride melliflua, la terza annuisce. Sorbiscono granita di mandorla. Tre boccucce eguali come fossero state dipinte dalla stessa mano. Camminare a Palermo. Il cuore del vecchio mercato a mezzogiornno. Almeno cinquemila persone in un groviglio di vicoli che affondano tutti verso la piazzetta. Cento bancarelle sormontate da giganteschi ombrelloni rossi, pesce, verdura, carne, mele, noci, aragoste, i quarti insaguinati di vitello, i capretti sventratri che pendono dagli uncini, i banditori urlano tutti insieme lottano così l’uno contro l’altro, in mezzo alla folla. […]
Palermo è una delle città più belle d’Europa e certamente una delle più infelici. Forse più della stessa Napoli. Palermo è sontuosa e oscena. Palermo è come Nuova Delhi, con le reggie favolose dei marajià e i corpi agonizzanti dei paria ai margini dei viali. Palermo è come Il Cairo, con la selva dei grattacieli e giardini in mezzo ai quali si insinuano putridi geroglifici di baracche. Palermo è come tutte le capitali di quei popoli che non riuscirono mai ad essere nazioni. […] Palermo è la storia della Sicilia, tutte le viltà e tutti gli eroismi, le disperazioni, i furori, le sconfitte, le ribellioni. Palermo è la Spagna, i Mori, gli Svevi, gli Arabi, i Normanni, gli Angioini, non c’è altro luogo che sia Sicilia come Palermo, eppure Palermo non è amata dai siciliani. Gli occidentali dell’isola si assoggettano perché non possono altrimenti […] Gli orientali invece dicono addirittura di essere di un’altra razza: quelli sicani e noi invece siculi, quelli cartaginesi, saraceni, andalusi, napoletani; noi greci, romani, svevi, milanesi. […] I siciliani non amano Palermo e Palermo lo sa perfettamente ma non se ne cura. I siciliani non amano Palermo poiché essa è la capitale che esige soltanto tributi e obbedienza, e in verità Palermo vuole questo soprattutto, come è giusto che sia il rapporto fra sudditi e sovrano. Il catanese, il siracusano, il messinese, il ragusano, si azzannano a vicenda, ma se qualcuno forestiero gli chiede la provenienza, dicono: Siciliano! E basta. Il palermitano dice: palermitano, che a parer suo è cosa inimitabile e sovrana. […] La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutt’intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morta ha sempre una ragion d’essere. A Palermo essa va meditata e capita.
Chi sono i padroni di Palermo? […] E’ una domanda essenziale poiché essere padroni di Palermo non significa soltanto governare taluni giganteschi affari per migliaia di miliardi, ma per infinite, invisibili vie governare anche lo sviluppo politico dell’isola e quindi del Meridione: per esempio stabilire in quali banche debba essere depositato il pubblico denaro, e chi debba dirigere queste banche […] In Sicilia, e quindi naturalmente a Palermo, si verifica un fenomeno straordinario: e cioé che in Italia tutto quello che accade, nel bene e nel male, dipende dai partiti ormai despotid della vita nazionale, ma questo potere nel Sud si sgretola, degrada, corrompe, privatizza. Un uomo politico può diventare presidente o ministro, e la geste pensa che sia domineddio, ma nella realtà egli è diventato ministro o presidente per amministrare una situazione, una proposta, un compromesso che altri hanno discusso e deciso prima di lui e gli hanno semplicemente affidato. Persino a Napoli un ministro può essere padrone. Qui non essere nessuno. Chi sono dunque i padroni di Palermo. Badate bene: i padroni, non il padrone […] Se spunta un Cesare ci sono subito le Idi di Marzo. Palermo rassomiglia alla Roma del basso impero con le congiure, i pretoriani, i Caligola che fanno senatori i loro cavalli, le clientele che fluttuano dall’uno all’altro vincente. Ma più ancora Palermo rassomiglia all’Atene della decadenza […] Le virtù che contano a Palermo non sono quelle di un Pericle, piuttosto ddi un cardinale Mazzarino, di chi sappia intrigare, unire, collegare […] non essere mai in prima persona nell’affare da cento o mille miliardi, ma amabilmente avere la certezza di un dieci per cento, metà del quale distribuire ad amici, confidenti, alleati e delicatamente anche a taluni avversari. Né Pericle, nè Alcibiade. […]
Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. […] Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle provincie mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti dei cittadini italiani. E se quei grandi elettorti chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella non si faceva negare. […] Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amante parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma […] Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene ufficialmente discusso, e si affinano le arti dell’eloquenza […] Piersanti imparò, quanto meno a capire quel che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale […] ed anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo. […] Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Avewva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. […] Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invecve ancora dovevano accadere. […]
Chi sono dunque i padroni di Palermo? I metodi di identificazione sono due: l’uno politico, l’altro finanziario, cioé anzitutto l’identificazione dei politici che attraverso leggi e azioni di governo determinano i grandi affari pubblici, compresi i sistemi di affidamento […] Anche nella politica la situazione è mutata. Il tiranno non esiste più. Mattarella tentò di imporre una regola morale a tutti, pensò di avere il carisma del capo. Prima di lui avevano tentato, con altro stile e altre convinzioni, Vito Ciancimino, certo il personaggio più famoso della Democrazia Cristiana e quindi della politica palermitana. […] Vito Ciancimino non era Piersanti Mattarella, egli era tanto astuto quando quello era candido, egli era tanto attore quanto quello condottiero. Non avendo la vocazione di Alcibiade capì per tanto tempo quanto meglio valesse essere Mazzarino, cioé paziente, silenzioso, ironico. Fra gli uomini politici italiani, rassomiglia più di ogni altro a Giulio Andreotti (nella speranza che nessuno dei due si offenda). […] Vito Ciancimino crollò nell’ultima fase delle indagini dell’antimafia. Venne accusato, lui prima assessore all’urbanistica e poi sindaco, di avere lasciato sbranare Palermo dalla mafia. La democrazia cristiana ebbe paura. […] Dinanzi a Vito Ciancimino la Dc si tirò addosso un velo sepolcrale: lo deferì ai probiviri del partito perché stabilissero se poteva giustamente stare dentro il partito a testa alta o dovesse essere cacciato con ignominia. Tempo e silenzio.
Chi sono i padroni di Palermo? Il ministro Ruffini, l’onorevole Lima, l’ex sindaco Valenzi? Certo! […] Epperò anche infiniti altri. In realtà fino a non molto tempo fa a Palermo c’erano i grandi, inviolabili boss politici. Giovanni Gioia era Luigi XIV. Tutto passava per il suo consenso. […]
Palermo! Camminare per Palermo. Camminare sfiorando gli stupendi palazzo dove un giorno vissero svevi, normanni, emiri, angioni, ed ora anche le facciate stanno cadendo a pezzi, dietro queste facciate pavimenti e soffitti sono sfondati, le scale crollate. Camminare nei vicoli di Palermo assordati dal grido di centinaia di venditori, in mezzo ad una folla che sembrava vagare con il moto pazzo delle formiche su un torsolo di mela […] Però in questa grande capitale del Sud, migliaia di bambini vivono veramente dentro le tane come le bestie umane; e decine di migliaia di uomini vivono miserabilmente di espedienti, commerci infinitesimali, elemosine, ruberie; e centocinquanta esseri umani sono stati assassinati in un anno in mezzo alle strade, ed altre centocinquanta scomparsi, eliminati dalla lupara bianca. Tutto questo è retorico. […] Salire la scalinata del Palazzo delle Aquile e sapere che da qualche parte, in qualche stanza, venne perpetrata la spartizione di cinquantamila miliardi per la devastazione urbanistica di Palermo, e alcuni di quegli uomini furono o aqncora saranno fra i governatori di questa città […]"
- author: WG
- category: attualità , palermo ieri e oggi
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