Chi va fuori, fa fortuna. Scrive Gaetano Savatteri, nel libro I Siciliani, (substrato di questo post) che “in dialetto la frase assume ambiguo significato: da una parte, a voler dire che in condizioni di vita meno soffocanti, in contesti più sereni, il siciliano riesce a esprimere le proprie virtù e il proprio talento; dall’altra, la frase è non solo l’alibi per i fallimenti o gli insuccessi di chi ha preferito o ha dovuto rimanere in Sicilia, ma nello stesso tempo la conferma che il senso di sé di ogni siciliano è tale da non permettere a nessun altro di primeggiare”. Per quanto mi riguarda, vorrei andarmene da Palermo non per avere successo, bensì per potermi garantire una sopravvivenza costante. Mi accontenterei di poco: un lavoro da commesso, un posto in una fabbrica, purché non sia precario e capace di darmi a fine mese un salario che mi possa aiutare a campare. Il periodo dei sogni è finito, il tempo del “che cosa vuoi fare da grande” è ormai dietro alle spalle. Eccomi disoccupato ed alla ricerca di un posto di lavoro, consapevole che a Palermo c’è solo immondizia per uno che non ha a disposizione alcuna raccomandazione: agenti di vendita, tele-operatori call-center out-bound, ecc. Tutte occupazioni che non prevedono un fisso ma un compenso a provvigioni. E si può andare avanti così? Certo che no, perché a 27 anni ho voglia di qualcosa di duraturo, un lavoro che mi possa permettere di guardare il futuro negli occhi. Ed in Sicilia ciò non può accadere ed è per questo che la odio (ma la amo allo stesso tempo. Non chiedetemi il perché, è così; e me ne cruccio). Diceva Leonardo Sciascia: “né con te né senza di te”. Però in me è forte la voglia di andare via: se solo avessi la possibilità di farlo, prenderei già oggi un treno per attraversare lo Stretto. Si sa che la vita è difficile per tutti, sia al Sud sia al Nord, ma Milano non è Palermo; Torino non è Trapani; Verona non è Agrigento; Bologna non è Messina. Potete dirmi che è difficile dappertutto trovare lavoro, che la vita è più cara in Lombardia che in Sicilia, però vi assicuro che nell’isola si sta da schifo e nessuno fa niente per migliorare la situazione, perché c’è a chi conviene. Qui un giovane, senza amicizie di un certo peso, non ha alcuna possibilità di farsi una famiglia ed è succube della noia, la stessa che colpì Domenico Vannantò, uno dei personaggi di Vitaliano Brancati: “Insomma non gli restava che annoiarsi, annoiarsi nei modi più strani e diversi, ma unicamente annoiarsi. E questo egli faceva, passando da una noia avida e feroce, che divorasse quanto c’era all’intorno di odioso, a una noia sorda e plumbea, in cui si spegnesse, come grido nella nebbia, quanto c’era di vanitoso e petulante, a una noia lugubre e nera che avvolgesse, nel pensiero castigatore della morte, quanto c’era di stupidamente giulivo”. Già sono annoiato, perché non mi diverto e la felicità pare trovarsi all’orizzonte. Cu nesci, arrinesci: potrebbe succedere anche a me, forse. Può darsi che a Roma o a Milano o a Torino possa esserci la possibilità di sconfiggere l’angoscia della noia ed il pessimismo per un futuro che esiste solo in qualità di categoria temporale. Sarei persino disposto a passare da uno a nessuno, liberandomi da me stesso, dal fardello di essere nato e cresciuto in una Palermo che non fa niente per i suoi giovani. Magari avrei fortuna, se mi facessi chiamare Marco Brambilla, nato a Rho. In fondo, non ho altra vita che questa e devo darmi una chance di viverla, anziché di lasciarla passare così come viene. E nessuno vive al posto mio. Tradotta dal dialetto, in siciliano si dice che “sappiamo che ci siamo svegliati stamattina, ma non sappiamo quello che ci capiterà prima che scuri”. “Qui siamo e potremmo da un momento all’altro non esserci”. Se morissi oggi, la mia vita sarebbe un fallimento, una comparsa, le cui tracce si perderebbero nel giro di qualche anno. Eppure a Palermo ciò non importa; alla Sicilia non interessa dei giovani che soffrono per l’incapacità di godere d'una vita tranquilla; a Roma non aggrada l’uguaglianza e ritiene che tutto possa risolversi col federalismo fiscale, che piace tanto a Umberto Bossi e non si capisce perché piace anche a Raffaele Lombardo. A volte mi viene il desiderio folle di andare da Silvio Berlusconi per dirgli: “Spettabile Presidente, son qui per dimostrarle semplicemente ch’esisto, in qualità di giovane siciliano che è stanco di passare dal precariato alla disoccupazione e dalla disoccupazione al precariato. Con tutta sincerità: il problema si può risolvere oppure ci dobbiamo rassegnare alla colpa di essere nati in Sicilia?”. Già: può darsi che l’errore non stia in chi ha la facoltà di porre in essere una soluzione alla questione della dignità del futuro del giovane meridionale, bensì nei nostri genitori, nei nostri nonni, nei nostri antenati, che hanno deciso di rimanere dove sono, anziché farci nascere altrove. Chissà come sarebbe stata la mia vita, se fossi nato a Vercelli, a Asti o a Ivrea. “Ad ogni uccello il suo nido è bello”, scrisse Giovanni Verga. Ne siamo sicuri? Il mio di certo è sfilacciato e guardo gli altri con invidia: per fortuna, almeno sono civile e rispettoso della legalità, altrimenti avrei potuto pure desiderare di prenderne uno con la forza. Ciò perché sono nato in una famiglia che non mi ha cresciuto in un ambiente difficile. Ci sono ragazzi, invece, che si sono formati in nuclei malavitosi e che hanno colmato la loro noia con l’illecito: la crudele ed egoista mafia concepita come un datore di lavoro, come un padre adottivo che ha a cuore il destino dei propri figli, strappati allo Stato che non ha voluto curarsi di loro. Insomma, eredi di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, che interpretò per alcuni anni l’individuazione mitizzata dei sussulti di rivolta di ogni siciliano, vittima dello Stato e della povertà. In realtà, era un delinquente, uno che uccise a destra e a manca, uno spietato, seppur ingenuo. Ma sulla Sicilia si nota spesso un denso e spinoso Velo di Maya ed i potenti non hanno alcun interesse a toglierlo, perché se le cose non cambiano, non è perché non possono cambiare, bensì perché non si vuole che cambino. Ecco il senso dell'immobilismo siciliano. Ma io, che sono nuddu immiscatu cu nenti, non posso di certo aspettare che una nuova Santa Rosalia spunti dal Monte Pellegrino e salvi la città dalla peste. Il tempo, infatti, passa e la mia vita scorre. Diamine! Quand’ero bambino non immaginavo che a quasi 30 anni non avrei avuto alcun punto fermo! Allora sognavo che alla mia età avrei avuto almeno la possibilità di coltivare il futuro con un seme costante e proficuo! Allora credevo nelle parole degli insegnanti, che mi profetizzavano un avvenire di sicuro interesse! Ma l’intelligenza da sola non basta. In Sicilia (e non mi stancherò mai di ripeterlo) se non hai le amicizie, se non hai i piccioli, sei destinato ad essere ingoiato dal nulla. Di te non ha cura nessuno, neanche Dio. E perché allora dovrei io pensare agli altri? Fottersene è l’imperativo categorico, così come il rispettare il consiglio che Alfredo diede a Salvatore: “Tu non ci devi più tornare qui, promettimelo!” (Nuovo Cinema Paradiso).
- author: WG
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