




Dal blog dell'Associazione I-Generation:
“23 maggio 1992, ore 17.58: tu dov’eri?” è la domanda che abbiamo posto venerdì scorso su internet, sia sul blog che su Facebook, creando un evento ad hoc. Le risposte non soltanto sono state tante (32 sul social network e 31 su questo sito, fino ad ora), ma anche significative, toccanti e decisamente partecipative.
Hanno risposto alla nostra iniziativa utenti di varie città italiane, blogger di fama nazionale, giornalisti e attori; molti hanno condiviso il link dell’evento sulle loro bacheche di Facebook, concepito come segno di condivisione del ricordo, pur decidendo di non pubblicare alcun commento. Di questo siamo più che contenti, soprattutto perché l’associazione I-Generation è nata appena tredici giorni fa, palesando così subito uno degli obiettivi fondamentali, ovvero l’esortazione alla partecipazione attiva sul web.
Premesso ciò, eccovi una selezione dei racconti più suggestivi:
Carmelo Sardo (giornalista del Tg5) - Quel giorno ero a pranzo a Caltanissetta a casa di Attilio Bolzoni, amico e collega di Repubblica. Nel tardo pomeriggio decidemmo di uscire per una passeggiata. Il tempo di scendere una rampa di scale e la moglie lo chiamò perché c’era “il giornale” al telefono. Risalimmo, Attilio rispose al telefono, erano le 18,10, lo vidi quasi immobile con la cornetta in mano: “c’è stato un attentato a Palermo, hanno fatto saltare qualcuno in aria, non si sa quanti morti ci siano”. Si versò un po’ di grappa, la mandò giù d’un fiato, sussurrò un nome “Falcone, potrebbe essere Falcone “. Si sedette alla scrivania, tirò fuori il block notes, si attaccò al telefono. Io accesi il televisore, presi carta e penna e cominciai a prendere appunti sulle prime concitate notizie che le prime improvvisate dirette fornivano. Non uscimmo più. Lavorammo fino a notte. Sconvolti, turbati. L’indomani Attilio pubblicò in prima su “Repubblica” un pezzo memorabile, che non avrebbe mai voluto scrivere.
Aldo Occhipinti: Io avevo 12 anni, quel pomeriggio del maggio 1992. Ero in casa mia, all’Addaura. Ricordo che appresi la notizia dalla Tv, lo sgomento che prese la mia famiglia fu notevole. Certo io a quella giovane età non avevo la coscienza adeguata a percepire l’entità dei fatti, ma ricordo che mi turbarono molto. Poi ricordo la reazione della città, lo stato di emergenza dilagante… l’indignazione della gente. Da allora la mafia è cambiata… è più subdola, nascosta, silente… ma c’è. Secondo me la mafia non è solo l’organizzazione criminale, è anche una componente caratteriale tipica della gente di Palermo. L’omertà, l’arroganza, la voglia di ottenere molto con poco, il menefreghismo ed il disprezzo dell’altro… E penso che questa componente caratteriale del popolo siciliano sia una cosa peggiore dell’organizzazione criminale in se. Comunque molte cose stanno cambiando, credo che le nuove generazioni abbiano mitigato - in parte - questo aspetto dell’essere siciliani.
Giorgia Cavera: Un bel sabato pomeriggio di primavera. Io e alcune compagne andammo a casa di una nostra amica, Luciana. La sera avevamo la festa di 18 anni di Giulio, un suo amico. Non sentii notizie alla tv, ma mia mamma mi chiamò al telefono per darmi la notizia a casa di Luciana. Avevo 16anni, la cosa mi scosse, ma poi andai alla festa. Solo alla fine della serata, quando vennero a prenderci mi resi conto di quello che era effettivamente successo. Tutto bloccato, una sensazione di smarrimento, angoscia, sconfitta. Ma la cosa più toccante fu il giorno del funerale. La mia prof d’Italiano (romana) forse si rese conto che noi dovevamo essere presenti ed essere testimoni di ciò che stava accadendo nella nostra città. E così andammo, mano nella mano, ci ripeteva…”teniamoci d’occhio, non ci perdiamo, mi raccomando attenzione!” Poveretta! Sarà stata in apprensione per quell’insolita mattinata. Eppure trovarci in piazza S.Domenico quel giorno fu una delle lezioni migliori che potessimo ricevere!


Sono trascorsi 17 anni dalle 17:58 di sabato 23 maggio 1992, quando cinque quintali di tritolo uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Cirillo e Antonio Montinaro sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo.
Uccidendo il magistrato (e commettendo la medesima ferocia due mesi dopo, in via D’Amelio), i Corleonesi si vendicarono di chi li aveva messi con le spalle al muro, costituendo uno dei caposaldi della lotta alla mafia, il Maxiprocesso, che si svolse a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987. Essi speravano che la Cassazione avrebbe annullato le sentenze più eclatanti ed invece nel gennaio del 1992 subirono la conferma della batosta, a causa della quale decisero di dare una dura lezione allo Stato, colpendo prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino.
Ma fecero un grosso errore, perché risvegliarono la coscienza dei siciliani onesti, di quelli che non ne potevano più di essere infettati quotidianamente dalla peste mafiosa, di quelli che decisero di fare camminare con le loro gambe le idee degli eroi. Essi cominciarono ad alzare la voce, ad appendere le lenzuola bianche sui balconi, a stringersi per mano formando una lunga fila umana da via Libertà a Mondello: decisero di fargliela pagare.
Non fu un caso, infatti, che dopo il 1992 uno ad uno furono assicurati alla giustizia i boss corleonesi ed affini (Totò Riina e Bernardo Provenzano, in primis).

