Essere stato bambino negli anni 80 a Palermo non fu facile. Il mio carattere di adesso ed il modo con cui guardo ciò che mi circonda è fortemente condizionato da come giocavo allora, da chi frequentavo, da taluni ricordi.
A me interessava solo il pallone. Se fosse stato per me, avrei preso a calci un Super Santos o un Super Tele dovunque e comunque. Era il mio passatempo preferito, anche se non ero di certo un campione, anzi. E poi con la scusa del mio nome, finivo spesso in porta (dove me la cavavo meglio).
Ma si "giocava" anche in altri modi, che puzzavano di mafia. Ricordo, infatti, che la Palermo degli anni 80 era lontana anni luce da quella di adesso: regnava palesemente l'oligarchia mafiosa; quasi ogni giorno c'era un morto ammazzato per strada; non era sicuro uscire di sera.
Guardia e ladri, ad esempio. Appartenere ai primi era una sfortuna ed era sempre effetto di una sconfitta nel pari e dispari. Le guardie erano "sbirri" che dovevano inseguire e catturare i "picciotti". Poi c'era la mania della banda dei "piccoli criminali": non si commettevano reati, sia chiaro. Ma si fingeva di essere "scanazzati" (termine siciliano che si può tradurre con "bulli" ma con un'accezione ancora più negativa). Io difficilmente sapevo stare al gioco, perché la parola "banda" non mi piaceva e mi faceva pensare a qualcosa che non si doveva fare e che non avrebbe fatto contenti i miei familiari. Questo miscuglio di bambini (nessuno di noi era viziato, non appartenendo alla Palermo bene) andava in giro, taluni con qualche ramo in mano.
Alla banda è legato un ricordo spiacevole, che giammai potrò dimenticare. Un giorno alcuni cominciarono ad urlare: "Mafia! Mafia!". Io li guardai basiti, perché sapevo che quel termine era cattivo, con riferimento ad un "gruppo", di cui faceva parte gente che assimilavo all'uomo nero, al lupo, ecc. Restai in silenzio, guardandoli con timore. Ma quei bambini non ne sapevano nulla, o meglio c'era chi pensava che la Mafia fosse una cosa buona e giusta, perché dava il lavoro al papà che altrimenti sarebbe stato disoccupato, perché il mafioso era "uomo d'onore" e si faceva rispettare con l'arma della paura prima (e con la pistola poi).
Ed accadde anche di essere stato bastonato per aver fatto il "Buscetta" (così si chiamava lo spione: nessuno dei bambini sapeva che fosse un cognome ma una parolaccia). Mi rubarono un giocattolo, a cui tenevo tantissimo. Sapevo i nomi e cognomi degli artefici ed il luogo in cui lo portarono, cioé in una sala giochi, che successivamente fu chiusa perché lì si spacciava droga. Andai in quel posto da solo (i miei genitori mi ammonivano sempre di non passarci nemmeno accanto). Trovai il giocattolo proprio alle spalle del cassiere, un ragazzo molto più grande di me (io avevo circa 10 anni o giù di lì) e gli dissi che era mio. Lui mi snobbò ed io insistetti: ne ricavai un invito non cortese a lasciare la sala giochi. Non domito, andai a denunciare il fatto al portiere del residence in cui ho vissuto per qualche anno. Costui ritornò da solo lì e si fece restituire il giocattolo.
Pochi giorni dopo, di domenica pomeriggio, quando il portiere non lavorava, un "malacarne" si diresse verso di me, mentre giocavo a calcio, e mi diede una bastonata fortissima sulle spalle, a causa della quale caddi al suolo come una mela marcia. Non piansi, perché il dolore era così forte che non avevo neanche la forza di farlo. Alcuni miei amici lo inseguirono ma inutilmente. Cosa feci dopo? Nulla. Il fatto che non piansi fu visto come una risposta da "bambino d'onore" ed ottenni la mia personale vittoria.
Ci sarebbero tante altre cose da raccontare, ma queste bastano, indizi del fatto che essere cresciuto nelle strade del centro della Palermo degli anni 80 non è stato facile, ma al contempo ha formato la mia coscienza civile ed il mio forte sentimento di repulsione contro la peste mafiosa.
Essa c'è ancora, ma esiste di nascosto perché la mia città è cambiata, perché Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e i tanti altri eroi) hanno dimostrato che possiamo sfidarli ed annientarli con la forza della legalità e con la battaglia culturale; e soprattutto con l'unione, fondamentale per giungere alla vittoria nei confronti di un'associazione che, essendo umana, è destinata a morire: a noi il compito di accelerare questo processo.