Si, è stato per noi doveroso, intitolare questo Premio ad una delle massime penne della cultura saccense, il poeta Vincenzo Licata, di cui recentemente si è commemorato il tredicesimo anniversario dalla scomparsa.
Il suo amore per la città di Sciacca, il suo amore per il mare e la marineria tutta, le sue mirabili opere in versi hanno arricchito tutti noi di pagine davvero memorabili che non potevano non essere prese in considerazione da coloro che per l’appunto hanno intenzione di dare spazio ai nuovi artisti della parola".
Le iscrizioni scadranno il 30 giugno. Qui il bando e qui la scheda di partecipazione. Di seguito, invece, lo spot:


Non vivo più in una metropoli, ma in una cittadina, i cui abitanti sono di meno del quartiere in cui sono cresciuto, la Zisa. Una differenza dimensionale che sta condizionando in meglio la mia esistenza a Sciacca. Mi piace, infatti, la sensazione di avere tutto intorno a me, di essere protagonista di una città a misura d’uomo, che non è toccata dall’egotismo microcosmico, di cui purtroppo sta soffrendo Palermo (così grande da rendere i palermitani degli insiemi a sé stanti).
Sciacca, inoltre, è dinamica. E’ sempre in movimento, dove molti giovani si uniscono per il bene comune, anziché rassegnarsi a lasciare la città in mano all’oligarchia degli assittati nei seggi che contano. Occupandomi quotidianamente dell’urban blog, infatti, mi sono reso conto che vivono a Sciacca molte associazioni di promozione sociale, che avvertono il bisogno d’intervenire attivamente sulla vita comunale, anziché essere comparse passive di ciò che accade nel circostante. Il futuro, dunque, mi pare molto roseo.
A Palermo, invece, si lascia fare… siamo al primo posto nella classifica mondiale dei “lamentanti“, ma all’ultimo posto in quella dei “proponenti“. Ma ciò succede non perché siamo “fessi“, bensì perché siamo “rassegnati“, giacché “non servirebbe a nulla coalizzarsi“, in quanto “sono sempre gli stessi che comandano“. Sia chiaro, amo Palermo, ma non mi piace, proprio come soleva dire spesso il giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992. “Quando ami ciò che non ti piace, fai di tutto per renderla migliore“.
A Sciacca, nel frattempo, sto volendo molto bene.
I ragazzi di qui spesso mi parlano di Palermo come se fosse New York: “lì ci si diverte il sabato sera, ci sono tante cose da fare“. Anche a Sciacca potrebbe capitare la stessa cosa, soltanto che si dovrebbero contattare le persone giuste, esortare qualche coraggioso imprenditore ad investire sull’intrattenimento. Lo spazio c’è, lo scenario idem: spettacolare avere la terrazza sul mare… E poi a Sciacca, perché non ha la mentalità da grande città, tutti si sentono parte di un tutto, almeno dal punto di vista sociale. A Palermo siamo così abituati al senso della massa che magari non ci si saluta nemmeno tra vicini di casa: è il difetto di tutte le metropoli del mondo.
D’accordo… Nel capoluogo siciliano trovi pub a non finire, discoteche (che so che qui mancano), circoli culturali (che sono discoteche camuffate per non pagare i relativi contributi)… C’è l’Università, via Candelai, il jogging al Foro Italico, lo stadio dove gioca una squadra di serie A… C’è Mondello, Monte Pellegrino e Sferracavallo. Il sabato non ci si annoia? Uhm… A Palermo si tende ormai a stare fuori nei week-end, perché sempre i soliti posti “abbuttano” (seccano).
Sono certo che anche i ragazzi di Roma si annoiano nella città eterna, con sempre quel Colosseo lì dov’è…
Foto di Stefano Siracusa


Una tragedia che mi tocca sul sangue: mia nonna paterna, Kaden Ester, infatti, è ebrea ed è scampata alle persecuzioni nazi-fasciste, grazie al coraggio di suo marito, Giuseppe Giannò.
Per ricordare l’abominio più grave della storia dell’uomo, a causa del quale sono stati uccisi più di 6 milioni di persone, riporto nuovamente qui un mio semplice racconto, pubblicato già il 4 giugno del 2005, intitolato Prima della Fine:
Eccomi ebreo, appena sceso da un treno carico di deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. Anziché selezionato per i lavori forzati nelle fabbriche, vengo posto in una densa fila che termina in un edificio, al di sopra del quale si estende una lunga canna fumaria attiva. Davanti a me c’è una madre col volto affranto, consapevole di quanto starà per accadere a lei e alla sua piccola bambina di quattro o cinque anni, tenuta per mano, il cui dolce viso, al contrario, è ricco di gioia come ogni pargolo del mondo.
Anch’io so cosa sta per capitarmi: durante il disumano viaggio in un vagone carico di cadaveri viventi, c’è stato un mio coetaneo che mi ha detto: “Una volta giunti nel campo polacco ci metteranno in fila e ci condurranno alla morte immediatamente. Ed una volta arrivati presso un forno, ci spareranno un colpo alla nuca e poi getteranno il nostro corpo all’interno di esso e le nostre ceneri si assimileranno a quelle di tanti altri e usciranno dalla canna fumaria e si spargeranno nell’aria. Di questo ne puoi star certo, caro Walter. Io lo so poiché mi è stato raccontato da un soldato tedesco prima di essere sbattutto qui per divertirsi, volendo vedere la paura scolpita sul mio volto. Ma sai cosa gli ho detto? Non mi metti paura: quando il mio corpo sarà cenere sarà nuovamente libero; volerò dal mio Dio. Nonostante io mi sia mostrato a lui fermo, dentro di me ho provato una paura ineffabile. Non voglio morire, Walter, essendo ancora troppo presto“.




