In Cu Nesci, arrinesci, ho scritto che se potessi, me ne andrei subito da Palermo, perché il capoluogo siciliano non offre nulla di dignitoso ad un giovane, che sia di brutte o di buone speranze. E la domanda sorge spontanea: si può fare qualcosa? Strano che debba chiederselo un normalissimo cittadino, un 27enne, consapevole che la città è morsa dall’immobilismo nell’animo, mentre tenta al contempo di farsi bella nell’apparenza. E’ vero: rispetto a qualche anno fa, c’è qualche giardino in più, si può passeggiare al Foro Italico, la squadra rosanero è in serie A. Segnali di una ripresa, non c’è dubbio. Però un uomo non si cura solo nell’abito. La città ha bisogno di una scossa, di cambiare e non di dare l’immagine di essere cambiata, perché l’imitazione non coincide con la realtà (Platone docet). Non si tratta di un’accusa generica all’attuale amministrazione comunale, capeggiata da Diego Cammarata, ritengo ancora per una manciata di mesi. Sarebbe ipocrita scagliarsi contro una parte politica anziché contro un’altra, perché se una città non va avanti, la colpa è di tutti coloro che rivestono una posizione rappresentativa e dirigenziale.
Palermo avrebbe bisogno di una serie di rigide ordinanze comunali, con il sostegno di tutta la Giunta e di tutto il Consiglio, ad esempio. Ordinanze contro i posteggiatori abusivi, contro i mercanti abusivi, contro i lavavetro che minacciano, contro i genitori che nei quartieri più poveri non portano i propri bimbi a scuola (preferendogli la strada anziché l’educazione), contro tutto ciò che è palesemente illegale e che si tenta di risolvere con qualche azione delle forze dell’ordine ogni tanto, così per mostrare all’opinione pubblica che non si cala la testa proprio a tutti. Ordinanze con lo scopo di dare, innanzitutto, alla sicurezza una sensazione percettiva, lottando alla luce del sole ed al chiarore delle stelle contro la peste mafiosa, casus malis. Ma dal Comune giungono essenzialmente provvedimenti che mirano all’aspetto: le agenzie di stampa quasi ogni giorno danno notizia di un qualche appalto dato per aumentare il verde cittadino. Ci sta, ovviamente. A Palermo c’è troppo cemento, innalzato vergognosamente nel famoso sacco degli anni 70, durante i quali la mafia ha speculato con l’inquinamento edilizio, innalzando palazzoni in ogni dove, distruggendo spesso le tracce dell'antica Balarm, che fu anche capitale dello stile Liberty. Però in questo modo si risolvono solo i problemi che fanno riferimento all’abito, ma si fa poco per curare l’anima e per darle l’energia di cui ha bisogno per guardare negli occhi, con fierezza e coraggio, chi la vuole succube della paura della prepotenza e dell’arroganza. La politica palermitana, inoltre, ha bisogno di essere resettata e rinnovata: le solite facce devono lasciare il posto a quelle nuove, perché se le cose non cambiano, la logica ti conduce all’idea che la colpa sta in coloro che avrebbero potuto fare qualcosa, anziché in coloro che non hanno avuto la possibilità di farlo. Nonostante ciò, ogni qual volta c’è un’elezione, sulle pareti cittadine si scorgono gli slogan con gli stessi volti a tal punto che ci sono candidati che mostrano sempre la stessa foto nel corso degli anni. E la colpa sta anche (e soprattutto) negli elettori, che continuano a votarli, perché i palermitani hanno nel DNA la considerazione positiva verso l’esperienza (anche se infruttuosa) e negativa verso la novità. Si dice: quando si lascia la cosa nuova per la cosa vecchia, si sa cosa si lascia, ma non si sa cosa si trova. Ecco, il difetto dei palermitani sta nel considerare questo proverbio un comandamento.
Sono certo che tra le strade c’è gente che ha la capacità di smuovere le acque, di agire per il perseguimento del bene comune, tralasciando la cura delle amicizie e la pratica delle raccomandazioni da attualizzare per compensare un voto di preferenza ricevuto. C’è gente che disprezza (e sputa sopra) sul benché minimo legame con quelli lì, mentre ci sono politici che ancora non ne sanno fare a meno, magari gli stessi che poi vanno alle commemorazioni per ricordare una vittima della montagna di merda mafiosa. C’è gente che sa di potere essere capace di montare sull’onda del rinnovato coraggio dei palermitani onesti, consapevoli che la forza sta nel lottare uniti, giacché la storia insegna che cosa nostra uccide quando gli eroi sono lasciati soli, così come accadde nel caso di Libero Grassi, l’imprenditore che si rifiutò di pagare il pizzo e che cercò, senza successo, di unire nella battaglia tutti i commercianti della città (e nessuno si fece avanti, a parte qualcuno ma da Capo d’Orlando, in provincia di Messina). Ebbene, occorrerebbe che questa gente sia candidata alle elezioni, fregandosene del potere di Tizio o di Caio, che invece vorrebbero ancora riscaldare la propria poltrona e godersi dello stipendio a gettoni, facendo panza e presenza.
Sulla mia pelle, tuttavia, ho vissuto una situazione che mi ha fatto capire che questo processo non è affatto semplice da realizzare: una lista, che avrebbe portato gente nuova alle scorse elezioni regionali, è stata messa al bando da chi ha avuto paura che gli avrebbe tolto qualche voto. Sto parlando, ovviamente, della @lista blog di Gianfranco Micciché ed io dovevo essere uno dei candidati. Molto probabilmente la lista avrebbe avuto pochi voti, ma sarebbe stato un modo per far capire alla gente che a Palermo (e nel resto della Sicilia) c’era voglia di qualcosa di nuovo e di contrario alle vecchie logiche d'immobilismo politico. Tutto avvenne in un locale di via Mariano Stabile il 3 marzo scorso e lì compresi (e non perché me lo dissero gli altri) che in Sicilia le cose non cambiano, perché c’è chi non vuole che cambino. E’ una questione di volontà e non di mancanza di facce nuove, ma non perché la classe dirigente della politica siciliana è affetta dalla sindrome di Oblomov, bensì perché non può fare a meno del potere accumulato nel corso della Prima Repubblica (e la Seconda a Palermo è arrivata solo di facciata). Ebbene, se non fossi morso dal germe della rassegnazione (che per fortuna non è ancora cronica), cercherei in ogni dove gli appoggi necessari per dare alla mia città qualcosa di nuovo, già alle prossime elezioni comunali; metterei su una lista con gente nuova e giovane (politicamente parlando), stillando un programma basato sullo scopo del cambiamento e del rinnovamento, tentando di dare a Palermo un’anima ricca d’energia che vada di pari passo con un corpo robusto. Ma questa è fantapolitica: io ho 27 anni e sono nuddu immiscatu cu nenti.

Mi piacerebbe sapere cosa stia pensando un semplice cittadino della Russia, magari abitante in una sperduta cittadina ai confini con la Mongolia, sulle tensioni tra il governo di Mosca e gli USA, la NATO, l’ONU, l’UE, e chi più ne ha, più ne metta (il ministro degli esteri francese, Bernard Kouchner, ritiene che ora i russi vogliono pure l'Ucraina, la Crimea, la Moldavia). Insomma, Dmitri Medvedev è riuscito nell’ardua impresa di avere tutti contro. Motivazione? Avere riconosciuto unilateralmente l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, regioni che si trovano in Georgia, la cui integrità territoriale non si tocca, come si sostiene fermamente a Washington e dintorni. Per di più, Mosca ha deciso in tal senso per motivi umanitari, giacché ritiene che Tbilisi faccia pulizia etnica nelle zone che ha deciso di tutelare, forse avendo nostalgia del celeberrimo epiteto della “Grande Madre Russia”.
L'(ex) URSS, quindi, non sta sconvolgendo la politica internazionale per il gas ed il petrolio, bensì per filantropia e per la difesa dei diritti dell’uomo abkhazo e osseto. Lasciamo perdere, tuttavia, se il medesimo trattamento non vale per altri esseri umani, tipo quelli che vivono in Cecenia, repubblica autonoma della federazione russa - e che mi significa? Per la serie “tutti gli uomini sono uguali ma ci sono uomini più uguali degli altri”. A tal proposito, un consiglio: perché non fare uno sgarbo a Mosca? Il Cremlino ha riconosciuto l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud? Ebbene: l’Occidente riconosca l’indipendenza assoluta della Cecenia, così occhio per occhio, dente per dente (e vediamo poi come se la pensa Medvedev). Quest’ultimo ha fatto sapere che non ha paura della guerra fredda (magari tra poco Sylvester Stallone farà un Rocky 7 con la rivincita tra Balboa ed Ivan Drago, a che ci siamo). Staremo a vedere quel che accadrà: lo scopriremo solo vivendo.
Nel frattempo le tensioni tra Usa e Urss (e già, son tornati i sovietici; anzi ci sono sempre stati, ma hanno dovuto vivere in sordina perché senza piccioli) tirano acqua al mulino di John McCain, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, perché falco, perché ci vuole un’America che fa la voce grossa all’estero, anziché una che si preoccupa “solo” dei problemi interni (questo pensano i commentatori a proposito delle elezioni a stelle e strisce). Ed i democratici, che sono riusciti nell’impresa di far credere al mondo mediatico del Vecchio Continente che ci sia un solo vero candidato, adesso se la fanno un po’ addosso. Chissà: magari Medvedev è un amicone di McCain ed ha realizzato tutto questo per farlo vincere… E dopo le elezioni, parlerà alla Nazione Sovietica, si ricrederà e regalerà una matrioska al nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. See you later.









