Dopo neanche una settimana da quando ho messo piede a Lampedusa, già mi sento fuori dal mondo. Non leggo i giornali, non guardo la televisione e soltanto stasera eccomi (finalmente) davanti ad un Pc connesso, cortesemente prestato da un collega.
Si lavora e tanto (grazie a Dio).
Lo sfondo di queste parole è l'orizzonte tracciato dal mar Mediterraneo, che si ammira chiaramente dalla stanza in cui dormo. Lo spazio ideale d'ispirazione per un poeta innamorato. In fondo, Lampedusa è un isola a misura di coppia, luogo conforme per gli innamorati. Ci sono spiagge solitarie, pub che ti offrono un cocktail in un tavolo che dà sulla spiaggia, via Roma che non si può non passeggiare mano per mano, l'isola dei Conigli che ti esorta a fare l'amore sotto le stelle. Essere single qui è davvero spiacevole.
La politica? Non la sto seguendo. Ci sarebbe da approfondire il tema dei precari, ad esempio. Ma non posso scrivere un post, basandomi sul titolo, senza leggere attentamente il pezzo a cui si riferisce. La prima impressione, comunque, è negativa.
Cosa mi manca dove sto? Mia madre e mio fratello, in primis: considero la famiglia un valore naturale ed una necessità esistenziale. E poi la scrittura, che è la mia droga, in relazione alla quale si fa sempre più forte il desiderio che possa presto essere il mio mestiere...




“Era un’estate in cui, come scrisse un attivista del movimento antimafia, a Palermo sembrava di vivere il copione di un dramma cruento e mal scritto: Viene voglia di uscire dal teatro, ma siamo chiusi dentro. […] Tra le innumerevoli indimenticabili immagini create dai molti sit-in e cortei di quel periodo ce n’è una di un ragazzino in una dimostrazione che dal centro della città arrivò al luogo della morte di Borsellino, e che indossava a mo’ di sandwich due minuscoli cartelli: quello sul petto diceva Voglio essere degno di Falcone, e quello sulla schiena Voglio essere degno di Borsellino” (da Cosa Nostra, John Dickie, pag. 434).
Sì, è vero. A pochi giorni dalla strage di Capaci, via D’Amelio finì di destare e di arroventare l’anima della Palermo onesta, che non ne poteva più né della mafia né dello Stato, perché si percepiva vittima della brutalità della prima e dell’assenza del secondo. Chi visse quei momenti, difficilmente dimenticherà ciò che accadde alla Cattedrale, durante i funerali degli agenti della scorta del giudice Borsellino:







