30/11/2006

La visita del Papa in Turchia va a gonfie vele. Il Pontefice stamane è stato nella chiesa di San Giorgio, per la celebrazione ecumenica con il Patriarca Bartolomeo I in occasione di San Andrea apostolo. Al Qaeda si è fatta sentire: “Questa visita del Papa in Turchia ha lo scopo di preparare una campagna crociata contro i Paesi islamici, in seguito al fallimento di capi crociati come Bush, Blair, Berlusconi e Howard, nel tentativo di spegnere la fiamma dell’Islam accesa dai fratelli musulmani in Turchia”. Messaggio ridicolo, che evince lo stato mentale confuso (e conseguentemente pericoloso) di chi fa parte dell’organizzazione terroristica di Bin Laden. Al Qaeda è rimasta al Medioevo, ma il mondo è cambiato, però non vuole (deliberatamente) accorgersene. L’UE, intanto, ha capito finalmente che la Turchia può entrare a far parte dell’Europa soltanto se comincerà a comportarsi da Stato europeo ed ha congelato il suo ingresso all’interno di essa. Il governo di Ankara dovrà rivedere in chiave positiva i suoi rapporti economici con l’isola di Cipro; il premier Erdogan ha commentato così: “proposta inaccettabile”. In realtà, dovrebbe rivedere altre tante cose, a cominciare dal riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni durante la prima guerra mondiale. Poi c’è il problema dell’ingerenza dell’esercito sul sistema politico turco: ogni volta che forze estremiste, sia di destra che di sinistra, si sono avvicinate al potere, i generali sono intervenuti. E segnalo anche l’articolo 301 del codice penale turco, ai sensi del quale la libertà di stampa è garantita, a patto che non vi sia offesa all’identità nazionale: essendo il concetto ampio, diversi giornalisti sono denunciati per reati d’opinione. Prima molti di loro venivano sbattuti in galera, ora, grazie all’influenza dell’Unione Europea, sovente vengono prosciolti, ma l’abrogazione della norma non entra mai nell’ordine del giorno dei lavori politici. C’è poi il problema della scarsa tutela garantita alle donne, essendo una su tre picchiata o stuprata dal marito. Dal 2001, 500 donne sono state uccise dai propri parenti, quantunque il delitto d’onore sia stato bandito.

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categoria:politica
28/11/2006

Mentre il Papa si trova ad Ankara, capitale della Turchia, in Italia sono avvenuti altri fatti che testimoniano che stiamo vivendo in una società che sta esasperando l’integrazione della cultura islamica, basandola su una sorta di trade-off religioso: più Maometto, meno Cristo. Nella scuola media Barsanti di Firenze un calendario islamico ha sostituito il crocifisso. Ed il capogruppo dell’Udc nel Consiglio comunale del capoluogo toscano, Mario Razzanelli, ha commentato in questo modo: “Di questo passo arriverà il giorno in cui i crocifissi delle chiese verranno sostituiti con la mezzaluna islamica”. Il nostro Parlamento, inoltre, si prepara addirittura ad ammettere la poligamia nel nostro Paese: oggi, alla Camera dei deputati, infatti, inizia la discussione di una legge sulla libertà religiosa che legittima di fatto il matrimonio musulmano in Italia. Il titolo all’ordine del giorno è “Norme sulla libertà religiosa e abrogazione della legislazione sui culti ammessi”. La preoccupazione sta nell’articolo 11 di questa norma, ai sensi del quale il ministro di culto islamico non sarà tenuto a pronunciare, durante il rito in moschea, gli articoli 143, 144 e 147 del codice civile sulla parità di diritti e doveri fra moglie e marito, “qualora la confessione abbia optato per la lettura al momento della pubblicazione”. Merita di essere riportata la reazione di Souad Sbai, presidentessa dell’Associazione delle donne marocchine, la quale ha affermato: “Ci siamo liberate dalla poligamia in Marocco e ora ritroviamo questa piaga in Italia”.
Sta avvenendo, dunque, ciò che non riuscirono a fare militarmente gli arabi alcune centinaia di anni fa: cioè la colonizzazione culturale islamica. Si fa sempre più largo l’Eurabia, di cui ha scritto Oriana Fallaci nel libro La forza della ragione. E si arriverà allo scontro, ma non a quello tra le due religioni, bensì a quello tra le due culture. Non ci sarà alcuna jihad, anche perché in Europa il cristianesimo non è più trattato un culto da rispettare, ma un elemento marginale della società. Ci sarà una sorta di Rivoluzione sociale, il cui esito è aperto, seppur la cultura islamica sta già cominciando ad occupare molte posizioni strategiche, usando come arma seducente soprattutto l’oro nero. E’ solo una questione di tempo.
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categoria:islam alla guerra
23/11/2006

Ho deciso di ripristinare il servizio dei commenti, ma solo a chi chiederà di essere abilitato. Coloro i quali volessero partecipare a questo blog, dunque, in qualità di commentatori, lo devono richiedere all'indirizzo e-mail: walter.gianno@tiscali.it

Si prega di sottolineare nella richiesta il nickname Splinder ed il nome del blog (quest'ultimo non essenziale), che sarà inserito, dopo attenta visione, nella lista dei link della colonna di destra.

 

 

 

 

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categoria:comunicazioni di servizio
23/11/2006

E' ufficiale: parteciperò alla trasmissione "Chi vuol essere milionario"!

In bocca al lupo a me!

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categoria:comunicazioni di servizio
23/11/2006

Ad Istanbul non si vuole il Papa e si cerca di ricordarlo in molti modi: ieri, ad esempio, un gruppo di dimostranti di estrema destra ha occupato un’ex moschea, oggi adibita a museo. Ma il Vaticano minimizza: Benedetto XVI andrà in Turchia, nonostante il clima di tensione sempre più crescente. Si tratterà di certo del primo difficile viaggio del Capo della Chiesa Cattolica: si recherà in uno Stato ad alta densità islamica, con la bandiera che fa riferimento alla religione di Maometto, con un Premier che andrà altrove pur di non incontrarlo, con un Paese che a Cipro commette errori di tutti i colori contro i cristiani, profanando le chiese, adibendole persino a porcai. Se Papa Giovanni Paolo II sfidò l’ateismo comunismo, Papa Benedetto XVI sta sfidando l’intransigenza intollerante del nuovo islamismo. E fa bene a recarsi ad Istanbul e la Turchia si deve preoccupare sinceramente a rendere il suo viaggio più tranquillo possibile, se vuole davvero entrare a far parte dell’Unione Europea. Passi, infatti, la vergognosa assenza del riferimento alle radici cristiane nella “costituzione” dell’UE, ciò fatto proprio per permettere l’entrata dei Turchi, ma non potrebbe passare alcuna azione oltraggiosa nei confronti del Papa. Se qualcosa di grave avvenisse, beh i cristiani di Europa dovrebbero senza dubbio organizzare manifestazioni pubbliche in ogni piazza di ogni capitale del vecchio continente, così da sancire la fine di ogni possibilità di appartenenza del governo di Ankara alle istituzioni della UE. Il Papa non si tocca e di ciò dovrebbero essere d’accordo anche tutti i laicisti europei, comunisti e non: Benedetto XVI non rappresenta, infatti, “solo” il cristianesimo cattolico, ma anche la cultura e l’identità del vecchio continente.
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categoria:islam alla guerra
21/11/2006
L’ultimo esempio del calpestamento della mia dignità di giovane lavoratore sta avvenendo in questi giorni. Un piccolo gestore telefonico, di cui nascondo per ora il nome, non mi ha ancora pagato la cifra irrisoria guadagnata in poco più di quindi giorni lavorativi. In seguito a ciò (e ad altro) ho sciolto il mio rapporto di lavoro il 13 novembre scorso e da allora chiedo legittimamente che mi venga corrisposto il dovuto, soprattutto tramite posta elettronica. Ed in cambio sto avendo l’accusa di diffamazione ed il ricorso alla via legale, così come affermato nell’ultima e-mail inviatami dall’amministratore unico di quell’inefficiente gestore telefonico. Non solo, quindi, non ho ricevuto la corresponsione della retribuzione per la prestazione lavorativa effettuata, che è stata persino fruttuosa per l’azienda, avendo convinto addirittura tre persone ad abbonarsi ai servizi offerti da quell’azienda attraverso il teleselling, ma anche rischio di essere perseguito legalmente. Incredibile! E poi tutto questo sta avvenendo, ribadisco, per un corrispettivo totale di circa centoquaranta euro, somma guadagnata tra la metà di ottobre e quella di novembre. Ma io non ho paura, sebbene non abbia la possibilità economica di farmi difendere in caso di denuncia per diffamazione. E per fortuna ho conservato non solo tutto quanto il carteggio informatico, sia in entrata che in uscita, ma anche il resoconto dettagliato di tutte le problematiche tecniche riscontrante nel luogo di lavoro che hanno impedito il normale svolgimento della prestazione lavorativa, pattuita nel contratto a progetto firmato il 16 ottobre scorso. E poi posso di certo contare sulla solidarietà di molti, compresa naturalmente la blogosfera. Vi terrò informati.
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categoria:attualitĂ , quotidianitĂ 
21/11/2006

Il tema d’attualità del momento è il bullismo. Le notizie a riguardo ormai spuntano quotidianamente come funghi e si moltiplicano le analisi degli psicologi, che sono prettamente negative. Beh, in questo post mi voglio occupare anch’io della faccenda, ponendo in essere un elenco delle cause di questo fenomeno sociale, che non è naturalmente una novità.
 
  1. La famiglia: la sua colpa sta nell’incapacità di offrire al bambino un’educazione anche rigida rivolta all’identificazione ed all’attuazione dei valori fondamentali. Alcuni genitori dovrebbero diminuire il soddisfacimento dei capricci dei loro figli, stando più insieme a loro che abbandonarli davanti alla televisione o davanti alla consolle.
  2. La scuola: gli insegnanti di oggi non sono come quelli di una volta. Io provavo timore e rispetto per i miei. Sono stati fondamentali per me, non solo per la cultura acquisita, ma soprattutto per l’educazione impartita. Tra tutti ricordo con affetto Annamaria Lanzetta, che è stata la mia maestra ai tempi della scuola elementare. Ella mi ha insegnato il significato concreto della parola “comunità” e mi ha aiutato nella distinzione del giusto dall’ingiusto. Oggi gli insegnanti paiono spaventati dai loro alunni. Dovrebbe essere il contrario. Non certo sono per i colpi di bacchetta sulle mani, ma bisognerebbe invogliare gli insegnanti alla severità. Certe situazioni avvenute in questi ultimi giorni in alcune scuole, soprattutto del nord, non sarebbero potute mai accadere se gli insegnanti fossero stati meno permessivi e capaci di attrarre su di sé il giusto mix di rispetto e timore.
  3. La televisione: in primis, i cartoni animati giapponesi, così terribilmente diversi da quelli pregni di romanticismo della mia prima giovinezza. Io vedevo Belle e Sebastien, Pollon, Lupin, Annette, ecc. Oggi i bambini guardano Dragon Ball, Pokemon, ecc. Differenza notevole. In quei cartoni animati la violenza era sempre propria dei cattivi e si dava più risalto al sentimento piuttosto che alla forza. Persino l’Uomo Tigre appariva poco propenso all’uso della violenza. Oggi, invece, la violenza appare come l’unico modo di risoluzione dei conflitti fra gli eroi dei cartoni animati di questa generazione.
  4. La Consolle: premetto che sono un amante dei videogiochi, sempre più prossimi ad occupare una posizione di predominanza tra gli hobby preferiti dalla società. Ma i giochi dovrebbero essere meglio venduti per tutelare la sensibilità ed evitare l’emulazione dei più piccoli. Di recente è scoppiata la polemica di quel videogioco giapponese in cui un gruppo di bambini seppellisce viva una loro coetanea. Ciò naturalmente non è una trama per tutti, ma solo per adulti, eppure il videogioco sarà facilmente tra le mani dei più piccoli. Ci vorrebbe, dunque, una maggiore attenzione nella vendita dei giochi violenti. Non sono per la censura, perché ritengo che i grandi abbiano l’intelligenza di capire la differenza fra fiction e realtà, ma per un bambino ciò non è ovvio, anzi.
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categoria:attualitĂ 
21/11/2006
Giuseppe GiannòMi piacerebbe lottare contro l’arroganza dei potenti che ritengono la loro posizione economica tale da decidere il destino delle risorse altrui. Già, perché comincio ad essere stanco di questa società. Troppe volte, infatti, mi ha sbattuto che i soldi stanno al primo posto, parametro della distribuzione del lavoro. Occorrerebbe una dimostrazione di forza politica, giovane e dinamica, mossa dall’esigenze strutturali di chi sta peggio. Ma nessuno, pare, è capace di prendersi questa responsabilità, perché non conviene, perché è rischiosa. Nel frattempo, comunque, tutto è diventato valutabile economicamente; tutto può essere soggetto alla volontà; sta per non esistere più alcuna inviolabilità. E’ questa l’Italia in cui ci piace vivere? E’ questa la Sicilia in cui noi giovani dobbiamo sopravvivere? Non possiamo proprio far nulla, se non covare sempre la speranza che un giorno le cose possano cambiare grazie all’estro di un personaggio politico, capace di realizzare ciò per cui la politica è nata, cioè il perseguimento del bene comune? In fondo non si chiede tanto, ma solo ciò che la Costituzione definisce un diritto: il lavoro, onesto e dignitoso. Ciò è ormai una chimera, anche a causa della flessibilità ricercata ed ottenuta dagli imprenditori, piccolissimi e grandissimi, che così possono consolidare i loro profitti, pagando di meno ai lavoratori, non più sufficientemente tutelati e garantiti. Ed allo Stato fa comodo perché così l’economia avanza. Già, allo Stato interessano più i conti che i cittadini. Tasse di qua, tasse di là, tasse a destra, tasse a sinistra. Se lo Stato si facesse un giro per le strade di Palermo, se ascoltasse le voci de giovani, forse potrebbe capire che parte del suo popolo e della sua risorsa, ormai in preda alla rassegnazione cronica, ha bisogno di sentirsi parte attiva di una società che la mette ai margini, che la costringe alla sopravvivenza. A noi, dunque, non rimane che la speranza. Non siamo capaci alla lotta, non ne abbiamo l’altezza morale, la forza ideologica, che sia di destra o di sinistra. Ci vorrebbero, forse, uomini come mio nonno, Giuseppe Giannò, morto nel 1968, che “ha lottato per i lavoratori più deboli”, (così come ha scritto il senatore Carlo Vizzini nel forum del suo sito ufficiale) che “ha portato l’UIL in Sicilia”, dopo che nella CGIL non piacquero le sue idee. Ci vorrebbero più politici di strada, non di piazza. Altro che vandali che piantano marijuana nelle aiuole del Parlamento. Altro che transgender. Ma ci siete? Se sì, battete un colpo. Alzate la voce, fatevi sentire, fatevi vedere in giro per le vie, fate capire ai giovani siciliani che non sono soli, che possono avere la possibilità di sognare una vita normale, che possono avere la possibilità di realizzare il progetto fondamentale della famiglia. Uscite dalle vostre segreterie, armatevi di coraggio, mettetevi in discussione. Ma ormai la rassegnazione sta giungendo alla raccolta del suo frutto principale, cioè la rabbia che cova dentro.
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categoria:politica, attualitĂ 
14/11/2006

Un’altra offesa, l’ennesima. Ed ormai ho smesso di farmi illusioni sulla possibilità di trovare a Palermo un posto di lavoro onesto, sufficientemente retribuito, dignitoso e contrattualmente a posto. Di certo non ho sperato di trovare queste caratteristiche nella mia ultima esperienza lavorativa, maturata presso un call center poco organizzato di una microscopica azienda palermitana di telecomunicazioni. Ma lì ho avuto l’ulteriore conferma di ciò che già so, cioè del crescente e conseguentemente preoccupante tasso di calpestamento della dignità del giovane che vuole lavorare per ottenere in cambio una retribuzione tale da permettersi di sopravvivere normalmente nella società. Non bisogna perdere la speranza, essendo l’ultima a morire, però lo scenario del mondo lavorativo palermitano è agghiacciante per la sua scarsità congenita di offerte dignitose. Ma su chi porre la speranza? In primo luogo, naturalmente su Dio. Poi sulla politica. Già, nonostante che il problema oggetto di questo post sia ormai elemento essenziale e storico del Meridione, non riesco a smettere di confidare anche sulla politica, quantunque la mia pazienza rada ormai la linea di demarcazione che la separa dalla rassegnazione iraconda. Se davvero volesse, infatti, la politica potrebbe dare una scossa al lavoro, purché parta dalle sue fondamenta costitutive, purché voglia rigidamente incidere sulla parte forte del rapporto di lavoro. Essendo, comunque, un venticinquenne privo di esperienza politica, è inutile che io esponga ripetutamente come risolverei il problema. Sarebbe uno spreco di spazio ed un abuso di materia grigia. Però sono anche (e soprattutto) un cittadino della Repubblica italiana fondata sul lavoro ed ho il diritto di chiedere che qualcosa d’importante cambi, una volta per tutte. Ci deve essere un modo lecito per potere vivere con dignità al Sud, no? Ci deve essere un modo dignitoso di occupare una postazione lavorativa confacente ad ognuno di coloro che vagano da un posto all’altro alla ricerca di un “salario” che sia giusta conseguenza del sistema economico dell’attuale società italiana, no? Non riesco a credere, quindi, che nessuno stia facendo qualcosa di concreto; non riesco a credere che tutto si esaurisca in discussioni parlamentari sul modo migliore possibile per diminuire il problema, anziché di annullarlo. Ma almeno che lo si diminuisca! C’è da dire che non siamo più nel tempo delle rivoluzioni sociali. Le ideologie sono morte, perché la società è divenuta un mero insieme di microcosmi, le cui relazioni e comparazioni sono fondate sulla ricchezza. Non c’è più la destra, non c’è più la sinistra. Non sono più due densi concetti politici, ma due mere classificazioni. Non c’è più il socialismo. Non ci sono più (e per fortuna) il comunismo rossissimo ed il fascismo nerissimo. La società italiana è frammentata non più ideologicamente, ma economicamente e si parla solo in termini di “più ricchi di”. Il Nord è più ricco del Sud; la Francia è più ricca dell’Italia; Gli Stati Uniti sono più ricchi dell’Europa, ecc. E la politica è economica, raramente sociale. Ma rimane l’unica arma per risolvere pacificamente i problemi. E deve risolvere il problema del lavoro giovanile al Sud. Deve farlo perché altrimenti perderebbe la sua ragion d’essere. Che serve, infatti, la politica se non per conseguire il bene comune? E qual è il più grande bene comune di uno Stato se non la soddisfazione del popolo, a cui la Costituzione conferisce la sovranità? E la soddisfazione del popolo risiede anche nella dignità lavorativa da assicurare al cittadino, nell’offrire al giovane la possibilità di dare un contenuto concreto alla parola “speranza”. E che ciò avvenga al più presto: la storia ci insegna che la società non contenta prima o poi smette di alzare la voce del proprio sgomento e decide per la forza. Un esempio? 14 Luglio 1789.

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categoria:politica, attualitĂ 
14/11/2006

Per il periodo natalizio le Poste inglesi non metteranno in circolazioni francobolli che fanno riferimento alla religione cristiana per non offendere la sensibilità dei musulmani. E’ solo l’ultimo esempio dell’esasperato anticristianesimo che si sta diffondendo in Europa. Guai ad offendere l’islamico, ma via all’offesa del cristiano. In Italia, ad esempio, è ormai dilagante la satira religiosa, ciò perché la satira politica non è più praticata, essendoci il centrosinistra al governo. Dario Fo, il premio Nobel, qualche giorno fa alla Dandini ha detto: “fare satira contro la sinistra è pericoloso, non si possono offendere i compagni”. E poi: Crozza perché non ti travesti da Maometto? Perché non fai satira su Allah? E dove sono finiti la Guzzanti, il Moretti e compagnia bella? Il lavoro scarseggia…L’Europa è diventata irritante ed irriconoscente. Non dimentichiamoci che nella “costituzione” del Vecchio Continente non c’è traccia delle radici cristiane così da permettere l’ingresso della Turchia, che non riconosce il genocidio degli armeni dell’inizio del secolo scorso, che a Cipro brucia le chiese e poi le adibisce a fattorie. In questa Europa non mi riconosco.  

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categoria:religione e societĂ 
12/11/2006

Romano Prodi ha detto che “siamo in un Paese impazzito, che non pensa più al domani”. Quando Silvio Berlusconi definì “coglioni” gli elettori del centrosinistra, si scatenò il finimondo mediatico. Addirittura girarono t-shirt con la scritta: “io sono coglione”, e simili. Ma ora il ministro Bersani ha affermato che la dichiarazione di Mortadella ha rappresentato “uno sfogo d’amore”. Diamine! Se fossi come un girotondino, domani uscirei di casa con una maglietta bianca con la scritta: “sono impazzito”. Ma i ragazzi di destra non sono esibizionisti, non hanno il difetto di trasformare la politica in moda: Che Guevara docet. Giustamente la Casa delle Libertà ha risposto unita (Casini compreso) che “ad essere impazzito è il governo”. A questo punto c’è da augurarsi che il dirò-ciò-che-penso prodiano possa regalarci altre perle di stoltezza politica così da far pensare a Pierferdinando che non si potrà manifestare contro la Finanziaria in una città (nella mia), mentre il resto dell’opposizione lo farà in un’altra (Roma). Per una volta dobbiamo comportarci come loro, cioè dobbiamo appropriarci della piazza per comunicare al mondo che questo governo è il peggiore dal dopoguerra ad oggi. Non può essere, infatti, un buon governo quello che, ad esempio, ha impedito la nazionalizzazione della memoria di Nassiriya. Io dico che il governo non è solo impazzito, ma anche vergognoso. E ritornando, in conclusione, ai “coglioni” di Berlusconi, molti che votarono per l’Unione ad aprile, di certo avranno già pensato di esserlo stati.
 
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categoria:politica
11/11/2006
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti: un bambino è appena morto in Africa a causa dell’acqua inquinata. Già, proprio così. E’ quanto denuncia il rapporto sullo sviluppo umano del 2006 dell’ONU, presentato a Città del Capo, capitale del Sudafrica, essendo un milione e ottocentomila i bambini uccisi ogni anno per la mancanza di acqua e di un bagno. E’ un dato che sciocca, contro il quale è purtroppo facili essere banali con frasi di circostanzi, quali “bisogna fare qualcosa” o “perché il mondo ricco non fa nulla?”. Per evidenziare, comunque, la differenza tra noi e loro in termini di consumo idrico, in Italia si può contare per persona mediamente su 400 litri, mentre in molti Paesi africani non si arriva neppure a 20. E lo scopo è almeno che questi 20 litri possano essere puliti, anziché inquinati, che rappresentano la seconda causa della mortalità infantile africana. E’ stato calcolato, infatti, che una malattia legata alla carenza d’acqua come la diarrea uccide i bambini cinque volte più dell’AIDS. Una volta letta questa notizia sul Corriere della Sera ho provato anche un senso di vergogna, perché ogni giorno mi capita di sciupare acqua nelle varie attività di igiene, magari lasciando per abitudine il rubinetto del lavandino aperto, mentre mi dedico ad altre fasi legate al bagno. E lì, invece, milioni di uomini e donne sono costretti dalla povertà congenita africana all’impossibilità di accedere ai servizi igienico-sanitari. Il mio è uno spreco mosso dal privilegio considerato normale, il loro è una disgrazia mossa dalla povertà considerata altrettanto normale. Gli Stati ricchi potrebbero fare qualcosa per quelli poveri, anzi ne dovrebbero avvertire il dovere più etico che politico.
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categoria:attualitĂ 
09/11/2006
Spesso mi sono lamentato in questo blog del problema del lavoro al Sud, specie in Sicilia, essendone anch’io vittima. E mi rammarica che tutti i politici di ogni colore sostengono spesso che bisogna fare qualcosa, ma non accade mai nulla. Perché? Di certo, in primo luogo, per l’incapacità congenita della politica italiana di non saper attuare, perché impossibilitati strutturalmente ed umanamente, ciò che promette durante le campagne elettorali. È facile, infatti, addolcirsi le labbra con belle frasi del tipo: “combatteremo la sommersione del lavoro”, “daremo più occupazione ai giovani”, ecc. Ed a proposito non ho mai sentito alcun politico affermare: “ridaremo la dignità lavorativa persa dal giovane meridionale”. Già, non è più ormai una questione di lavoro non c’è, perché non è poi così, ma di dignità del lavoratore giovane. È non è nemmeno una questione di tipologia contrattualistica, perché il problema non è posto in essere dal Lap, dal Co.Co.Co. o da altre eventuali creature simili, passate o future. Ciò perché il datore di lavoro fa un uso discrezionale di questi strumenti, perché ciò che conta al lavoratore non è la garanzia dell’emersione, piuttosto la certezza della retribuzione dignitosa, così com’è prevista dalla Costituzione. Si assiste, infatti, a prestazioni lavorative regolate contrattualmente con corrispettivi irrisori, che non risolvono alcunché al lavoratore. Si assiste, inoltre, a posizioni lavorative non solo precarie, perché meno che determinate, ma indegnamente retribuite che colpiscono la tranquillità psicologica del lavoratore. A mio modestissimo parere, lo Stato dovrebbe smetterla di occuparsi del modo migliore per permettere l’emersione, ma del modo migliore per ridare dignità al lavoratore, specie a quello giovane, che, permettetemi il luogo comune, rappresenta il futuro. Bisognerebbe che incentivasse la vigilanza sui datori di lavoro, magari costituendo una sorta di polizia del lavoro col compito di girare da impresa all’altra, da quella piccolissima a quella grandissima, e verificare lo stato psicologico, sociale ed economico dei lavoratori. Bisognerebbe che questa polizia scovasse tutti quei datori di lavori che usano lo stratagemma del patto di prova per non mettere in regola i propri lavoratori, dicendo loro di sostenere, in caso di controlli improvvisi, di essere, per l’appunto, in prova, pur lavorando da lì da un tempo superiore da quello consentito dalla legge per l’espletamento della stessa. Bisognerebbe che questa polizia scovasse quei datori di lavoro che usano lo strumento contrattualistico del Lap a loro piacere, senza spesso dare alcuna sicurezza economica all’altro contraente, che è la parte debole. E come sanzione, si dovrebbe in primo luogo multare i datori di lavoro che si atteggiano in maniera contraria a come dovrebbero atteggiarsi ed in caso di recidiva, si dovrebbe sentenziare la cessazione della loro attività commerciale, per aver commesso un reato anticostituzionale. Già, occorrerebbe la durezza, perché solo in questo modo si risolvono i problemi.
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categoria:politica
08/11/2006


Saddam Hussein è stato condannato all’impiccagione fino alla morte dal giudice Rauf Rahman. Innanzitutto, ho già altre volte espresso il mio pensiero negativo circa la pena capitale, non solo in quanto cristiano, ma anche in quanto essere umano convinto che lo Stato può togliere solo ciò che dà, non la vita quindi. Ora, l’ex tiranno dell’Iraq è stato giudicato colpevole di aver perpetrato crimini contro l’umanità per l’arresto, la tortura e la deportazione di 399 uomini, donne e bambini sciiti, e la morte di 148, dopo un tentativo di assassinarlo nel 1982. Si trattano dei cosiddetti crimini di Dujail. E non è questa naturalmente l’unica accusa mossa a Saddam Hussein, poiché egli è imputato anche per altri crimini commessi contro l’umanità, per crimini di guerra e per genocidio. Preme sottolineare adesso che il Raìs è stato sanzionato con la pena prevista dall’ordinamento giuridico iracheno da lui posto in essere. Ma Saddam Hussein non è Socrate. E durante il processo egli ha chiesto non tanto di non essere ucciso, ma di essere fucilato anziché impiccato, perché quest’ultimo modo di togliere la vita non si addice all’immagine del martire, così come vuole presentarsi agli occhi del mondo islamico. Farà, dunque, la fine “tipica” del tiranno, la stessa fine che è stata progettata ed eseguita contro altri tiranni della storia di tutti i tempi. Mi viene in mente, per pensare alla storia contemporanea, a Benito Mussolini, ucciso comunque senza regolare processo; ai coniugi Ceausescu fucilati nella Romania post comunista del 1989. Ma dall’Unione Europea si è sollevato un forte no nei confronti della decisione del tribunale iracheno, dimostrandosi sempre più in una posizione paradossale nei confronti del valore della vita. Però non voglio stare qui a fare polemiche sulle “solite cose”, quali eutanasia e ricerche sugli embrioni, ecc. E la sentenza del giudice Rauf Rahman è presa come pretesto dagli estremisti di sinistra (e non solo) per mostrare la loro superiorità nei confronti degli Stati Uniti, a proposito dei quali George Bush ha affermato, a proposito della pena di morte inflitta a Saddam, che “è un giorno importante per l’Iraq”. Non mi piacciono le strumentalizzazioni della giustizia, specie in un caso come questo, dove la sentenza di condanna non mira soltanto all’uomo, bensì a tutto ciò che ci sta dietro all’uomo. Io a Saddam Hussein avrei dato il carcere durissimo a vita, solitario, in mezzo al deserto. E’ stato deciso, tuttavia, in quel modo. E giustizia, comunque, è stata fatta.

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categoria:politica
06/11/2006

Già, ho voluto cominciare il post con un titolo ad effetto, che ricalca quello che usò Peppino Impastato molti anni fa per un suo articolo contro la Mafia. Ora, a Napoli c’è una gravissima situazione di emergenza, ma per Romani Prodi non è ancora il momento di leggi speciali. Il Premier ha affermato che l’esercito non serve. Beh, a mio avviso sì e per un semplice motivo: a Palermo è servito. Certo la Camorra non è la Mafia, quantunque entrambe le organizzazioni criminali siano la feccia della nostra società civile. La prima è più “abbastardata” della seconda e pare meno strutturata dal punto di vista delle regole interne, ma non conosco affatto i meccanismi della Camorra e tantomeno ho l’interesse a conoscerli. Però, forse, ciò che sta accadendo a Napoli è proprio dovuto alla mancanza di una vera organizzazione all’interno della criminalità campana, dove molti delinquenti sono lasciati a loro stessi e compiono conseguentemente illeciti gravi quotidianamente a tal punto che a Napoli non si può vivere bene, non si può passeggiare con sicurezza. Nel capoluogo campano, dunque, la Camorra regna esplicitamente, mentre a Palermo la Mafia esiste sottostrutturalmente: è questa una differenza non da poco. Ciò è dato soprattutto dall’evoluzione della coscienza civile palermitana dopo gli attentati del 1992, che costarono la vita a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Francesca Morvillo e ai loro agenti della scorta. A Napoli, invece, non mi accorgo che vi sia una simile prospettiva, perché non sono purtroppo, ad esempio, spettatore di manifestazioni cittadine contro la Camorra, così come si registrarono da quell’anno in poi nella mia città. Non c’è traccia, infatti, nei Media di tali dichiarazioni pubbliche di disgusto della cittadinanza dei napoletani nei confronti di chi sta spargendo quotidianamente sangue e seminando paura nel loro campo di vita. Anzi, si apprende il contrario, come la polizia che non può entrare in determinate zone, come gli episodi in cui gli agenti vengono pestati quando devono andare ad arrestare i delinquenti. Romano Prodi, comunque, ritiene che non sia ancora il tempo delle leggi speciali. E cosa bisogna attendere? Non basta che la Polizia non può fare la Polizia? E davvero il Governo pensa che la situazione possa cambiare con l’incremento numerico delle forze dell’ordine? Beh, al momento si è trovata una soluzione troppo superficiale al problema, che non è nuovo, ma ciò non significa che debba continuare ad essere tale. Oggi, parlando dell’argomento nel luogo in cui lavoro, un mio collega mi ha risposto che non devo prendermela solo con Prodi, ma con Berlusconi, perché nemmeno lui ha fatto nulla. Beh, il governo di centrodestra non ha mica promosso l’indulto, che ha messo sulle strade napoletani ancora più delinquenti, senza uno stralcio di programma di reinserimento sociale. Tengo a sottolineare, comunque, che sono contrario alle parole di Calderoli della Lega Nord, che ha definito “fogna” la città partenopea. Napoli è una fantastica città, che ha bisogno di essere salvata dallo Stato, perché le amministrazioni locali hanno da sempre fallito, le ultime delle quali sono state e continuano ad essere di centrosinistra, più legati all’aspetto emendante che all’aspetto afflittivo del diritto penale per loro costituzione ideologica. Ma Napoli si può aiutare con una dimostrazione di forza e con l’aiutare l’unità civile dei napoletani attraverso anche programmi sociali e culturali, oltre che amministrativi. Basta con i ragazzini che non vanno a scuola: diamogli i maestri. Basta con i ragazzini che vanno in giro senza casco nelle moto o coi automobilisti che passano con il rosso: diamogli una polizia municipale più rigida ed intransigente. Basta con il contrabbando e la pirateria: diamogli una Guardia di Finanza più coraggiosa. Aiutiamo, in estrema sintesi, la città partenopea di annullare i suoi luoghi comuni. E poi dico allo Stato: copiate il modello usato per la mia città, che ora è lontana anni luce da quella della fine dello scorso secolo. La Mafia esiste, ma non regna. La Mafia fa schifo, la Camorra pure.

postato da: WG alle ore 08:39 | Permalink | commenti
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