31/10/2006
Karl Marx nacque nel 1818 e morì nel 1883, curiosamente nello stesso anno in cui nacque Benito Mussolini, padre del fascismo e “nonno” del nazismo. La famiglia del filosofo tedesco era ebrea successivamente passata al cristianesimo: uno dei tanti tratti di lui che non piaceva affatto al suo connazionale Adolf Hitler. Il suo sistema di pensiero fu originariamente influenzato da un altro tedesco, Hegel, quello della dialettica costituita da tesi, antitesi e sintesi. Nella sua vita fu soggetto a tre espulsioni, la prima dalla Germania, la seconda dalla Francia e la terza dal Belgio. Trovò fissa dimora a Londra, dove visse per 33 anni fino alla sua morte; passò soprattutto il suo tempo sulle scrivanie del British Museum. Per molti Karl Marx è il padre del comunismo, per alcuni è addirittura tacciato come russo, per analogia ideale con l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non ci credete? Provate ad intervistare dieci persone sulla nazionalità di Marx, dandogli quattro opportunità: a) Francia; b) Germania; c) Russia; d) Svizzera. Di certo qualcuno vi risponderà russo, ma ci sarà anche chi vi dirà che fu svizzero, così per spirito di neutralità. Ora, il suo nome è naturalmente accostato al sistema economico-politico socialista e comunista, ma Marx si dedicò soprattutto allo studio di ciò che chiamò capitalismo. La sua opera principale, infatti, la intitolò: Il Capitale. Ed in tutta la sua vastissima produzione vi sono pochissimi riferimenti a come si debba organizzare un’economia socialista o comunista, al di là di un breve elenco delle caratteristiche del comunismo che apparve nel Manifesto del partito comunista, uscito nel 1848, il celeberrimo anno delle rivoluzioni. Strano ma vero. Ed ora un’altra domanda: qual è la differenza tra socialismo e comunismo secondo Marx? Naturalmente da porre a tutti coloro che escono di casa con la maglia rossa con al centro la faccia con sigaro di Che Guevara e che dicono “a sinistra e a manca” di essere fieri ed orgogliosi comunisti. Beh, ve la do io, che sono un ragazzo di destra, che più di dire “a destra e a manca” di essere di destra piuttosto agisco come tale. Allora, per Karl Marx il socialismo è un particolare insieme di rapporti di produzione che avrebbe seguito il capitalismo e che ancora ne avrebbe contenuto delle tracce. Ebbene, se una delle principali caratteristiche del capitalismo è quella per cui i mezzi di produzione non sono posseduti o controllati dal proletariato, il cambiamento principale che sarebbe intervenuto nella transizione dal capitalismo al socialismo sarebbe stata l’espropriazione degli espropriatori, cioè il possesso dei mezzi di produzione da parte del proletariato. Ma il socialismo avrebbe conservato residui del capitalismo, nel senso che l’attività economica sarebbe stata organizzata in base ad un sistema di incentivi: per indurre le persone a lavorare si sarebbe dovuto compensarle, munendole di reddito. Il comunismo, invece, sarebbe scaturito dal superamento del socialismo e avrebbe comportato rispetto a questo differenze notevolissime. Le persone sarebbero state motivate al lavoro autonomamente, senza bisogno di incentivo di tipo monetario o materiale, e inoltre sarebbero scomparse le classi sociali esistenti sia nel capitalismo che nel socialismo: il comunismo avrebbe portato ad una società senza classi, dove addirittura lo stato si sarebbe ridotto fino a scomparire: da qui l’anti-statalismo comunista. Mentre, infine, nel socialismo ciascuno avrebbe contribuito al processo economico secondo la propria abilità ed avrebbe ricevuto un reddito commisurato al proprio contributo, nel comunismo ciascuno avrebbe ancora contribuito al processo produttivo secondo la propria abilità, ma avrebbe consumato secondo i propri bisogni. Vi ho interessato? Mi auguro di sì. Almeno così qualcuno sa di cosa si parla, quantunque superficialmente, quando si cita il comunismo, il socialismo ed il capitalismo. Per quanto mi riguarda: per sconfiggere il nemico, bisogna conoscerlo.
Karl Marx nacque nel 1818 e morì nel 1883, curiosamente nello stesso anno in cui nacque Benito Mussolini, padre del fascismo e “nonno” del nazismo. La famiglia del filosofo tedesco era ebrea successivamente passata al cristianesimo: uno dei tanti tratti di lui che non piaceva affatto al suo connazionale Adolf Hitler. Il suo sistema di pensiero fu originariamente influenzato da un altro tedesco, Hegel, quello della dialettica costituita da tesi, antitesi e sintesi. Nella sua vita fu soggetto a tre espulsioni, la prima dalla Germania, la seconda dalla Francia e la terza dal Belgio. Trovò fissa dimora a Londra, dove visse per 33 anni fino alla sua morte; passò soprattutto il suo tempo sulle scrivanie del British Museum. Per molti Karl Marx è il padre del comunismo, per alcuni è addirittura tacciato come russo, per analogia ideale con l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non ci credete? Provate ad intervistare dieci persone sulla nazionalità di Marx, dandogli quattro opportunità: a) Francia; b) Germania; c) Russia; d) Svizzera. Di certo qualcuno vi risponderà russo, ma ci sarà anche chi vi dirà che fu svizzero, così per spirito di neutralità. Ora, il suo nome è naturalmente accostato al sistema economico-politico socialista e comunista, ma Marx si dedicò soprattutto allo studio di ciò che chiamò capitalismo. La sua opera principale, infatti, la intitolò: Il Capitale. Ed in tutta la sua vastissima produzione vi sono pochissimi riferimenti a come si debba organizzare un’economia socialista o comunista, al di là di un breve elenco delle caratteristiche del comunismo che apparve nel Manifesto del partito comunista, uscito nel 1848, il celeberrimo anno delle rivoluzioni. Strano ma vero. Ed ora un’altra domanda: qual è la differenza tra socialismo e comunismo secondo Marx? Naturalmente da porre a tutti coloro che escono di casa con la maglia rossa con al centro la faccia con sigaro di Che Guevara e che dicono “a sinistra e a manca” di essere fieri ed orgogliosi comunisti. Beh, ve la do io, che sono un ragazzo di destra, che più di dire “a destra e a manca” di essere di destra piuttosto agisco come tale. Allora, per Karl Marx il socialismo è un particolare insieme di rapporti di produzione che avrebbe seguito il capitalismo e che ancora ne avrebbe contenuto delle tracce. Ebbene, se una delle principali caratteristiche del capitalismo è quella per cui i mezzi di produzione non sono posseduti o controllati dal proletariato, il cambiamento principale che sarebbe intervenuto nella transizione dal capitalismo al socialismo sarebbe stata l’espropriazione degli espropriatori, cioè il possesso dei mezzi di produzione da parte del proletariato. Ma il socialismo avrebbe conservato residui del capitalismo, nel senso che l’attività economica sarebbe stata organizzata in base ad un sistema di incentivi: per indurre le persone a lavorare si sarebbe dovuto compensarle, munendole di reddito. Il comunismo, invece, sarebbe scaturito dal superamento del socialismo e avrebbe comportato rispetto a questo differenze notevolissime. Le persone sarebbero state motivate al lavoro autonomamente, senza bisogno di incentivo di tipo monetario o materiale, e inoltre sarebbero scomparse le classi sociali esistenti sia nel capitalismo che nel socialismo: il comunismo avrebbe portato ad una società senza classi, dove addirittura lo stato si sarebbe ridotto fino a scomparire: da qui l’anti-statalismo comunista. Mentre, infine, nel socialismo ciascuno avrebbe contribuito al processo economico secondo la propria abilità ed avrebbe ricevuto un reddito commisurato al proprio contributo, nel comunismo ciascuno avrebbe ancora contribuito al processo produttivo secondo la propria abilità, ma avrebbe consumato secondo i propri bisogni. Vi ho interessato? Mi auguro di sì. Almeno così qualcuno sa di cosa si parla, quantunque superficialmente, quando si cita il comunismo, il socialismo ed il capitalismo. Per quanto mi riguarda: per sconfiggere il nemico, bisogna conoscerlo.
postato da: WG alle ore 08:46 | Permalink | commenti
categoria:storia, scienza politica
27/10/2006

Un pessimo uomo ha ucciso con una coltellata al petto un’addetta alla sicurezza di trentotto anni dell’Ipercoop di Marasco, in provincia di Genova. La donna si chiamava Monica di Mari ed è stata ammazzata perché stava facendo il suo dovere, cioè impedire a quell’uomo di rubare un compact disc, dal valore economico di una decina di euro. L’assassino? Nel carcere di Chiavari è sotto torchio un infermiere di quarantuno anni, già con procedimenti penali. Pare che vi siano forti indizi contro di lui, a cominciare dalle riprese della telecamera a circuito chiuso dell’Ipercoop. Ma un infermiere non poteva permettersi di acquistare un CD, anziché di rubarlo ed impedire violentemente ad un essere umano di continuare a vivere? E se fosse davvero già in carcere il colpevole, servirebbe la giustizia immediata. Non quella all’italiana, s’intende. Ai sensi di questa, infatti, un omicidio raramente è punito con la massima pena previsto dal codice penale, che è entrato in vigore quando al potere c’era Benito Mussolini. E poi ci sarebbe il rischio di un altro colpo di genio dell’attuale maggioranza parlamentare, cioè di un altro indulto che fa diminuire di qualche anno la presenza in galera dell’assassino. Di certo non sono per la giustizia adottata in qualche stato americano, in base alla quale appena ieri è stato giustiziato un uomo di  48 anni, Gregory Summers, per avere nel 1990 assunto un killer affinché eliminasse i suoi genitori, perché voleva intascare un’assicurazione di ventiquattro mila euro. Sono contro la pena di morte, perché la vita è sacra e lo Stato non può fare l’assassino con l’assassino, non disponendo della vita dei cittadini. Ma sono per la vera giustizia, quella rigorosa che punta all’afflittività più che alla ricerca della risocializzazione del reo. Un omicidio come quello commesso nell’Ipercoop ligure è da condannare con la massima sanzione penale prevista dal nostro codice penale, cioè l’ergastolo, senza sconti né presenti né futuri. All’assassino dovrebbe essere tolta la gioia di vivere perché per un compact disc ha proibito ad una donna di essere viva. Infine, una nota di disgusto per la decisione dell’Ipercoop di Marasco di non chiudere all’indomani dell’omicidio di una sua dipendente, uccisa nel compimento del suo dovere. Anche questo è un segno della degenerazione progressiva della società in cui siamo costretti a fare finta che tutto va sempre bene. E tutto in nome del dio denaro.

postato da: WG alle ore 00:12 | Permalink | commenti
categoria:attualità
25/10/2006

Oggi vi parlerò di un film americano, prodotto dalla Dreamworks Pictures: Se solo fosse vero (Just Like Heaven) con Reese Witherspoon e Mark Ruffalo, diretto da Mark Waters. La trama è semplice: un giovane ragazzo, che da poco ha perso la moglie amatissima a causa di un fatale aneurisma, trova casa in subaffitto mensile per trascorrere una vita caratterizzata esclusivamente dal divano. Ad un certo punto comincia a vedere soltanto lui una donna. L’amico psicologo gli dice che ha le allucinazioni per il dolore provato, ma è tutto vero, giacché davvero dialoga con una giovane ragazza coi capelli biondi e gli occhi azzurri, che ritiene che l’uomo sia un intruso a casa sua. Ma poco dopo si accorgeranno entrambi che c’è qualcosa che non va: Elizabeth è uno spirito, ma non di una persona morta, bensì di una in coma. Una volta scoperto il luogo in cui sta il corpo, in una stanza dell’ospedale in cui la ragazza faceva il medico ventiquattr’ore su ventiquattro, apprendono la notizia che quando Elizabeth era nel pieno delle sue forze aveva sottoscritto un testamento biologico, in base al quale chiedeva di toglierle la spina se la sua vita fosse stata tale soltanto grazie ad una macchina. Alla fine, comunque, c’è l’happy end, mai così opportuno. A molti snob del cinema, che ritengono guardabili soltanto i film con un alto concentrato di noia e di meta-cinema, “Se solo fosse vero” di certo non sarà piaciuto, perché sarà stato giudicato come la solita commediucola statunitense di stampo fantasy. Ma io ho visto nella pellicola altro, cioè un film che ha voluto rendere delicato un argomento spinoso, ovvero quello dell’eutanasia, portando alla riflessione sui limiti della ragione umana, impossibilitata a sapere che cosa vi sia dietro agli occhi chiusi di un uomo in coma o dietro allo sguardo perso di uno in stato vegetativo. Già, Se solo fosse vero, tratto da un romanzo di Marc Levy (“If only it were true”) vuole esortare l’uomo, che è fatto di cuore, non solo di ragione, a non fargli pensare che la vita sia soltanto quella che si vede, semplicemente perché non ci sono prove che sia davvero in questo modo. C’è qualcuno, infatti, che può sostenere con certezza che tutto finisce con la morte? C’è qualcuno che sa darmi una sola prova inconfutabile che una volta che un essere umano chiude gli occhi finisce nel nulla? “Quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”? No, non c’è nessuno, perché nessuno dalla morte è mai tornato indietro per dirci che cosa ci sia questa vita.

 L’eutanasia è un male, un’offesa alla vita ed un pericolo. Chi può dire, infatti, che un uomo in coma apparentemente cronico non possa un giorno riaprire gli occhi e riprendere ad esistere? Chi può dire, inoltre, che un uomo in stato vegetativo non stia vivendo in sé, per sé e da sé? Chi può dire, infine, che un uomo in stato vegetativo o in coma, che abbia precedentemente sostenuto di volere la fine della vita legata ad una macchina, non possa ricredersi in quella data condizione, innamorandosi di più della vita, volendo tenere più lontana possibile la morte? Una delle obiezioni che si fa al cristiano su quest’argomento è che Dio non ha inventato le macchine che tengono in vita gli uomini che altrimenti sarebbero già morti. Ma, se è per questo, Dio non ha inventato alcun farmaco, Dio non ha inventato alcuna miglioria che ha alzato il nostro tenore di vita, ecc. Ma Dio non ha mai impedito il progresso dell’uomo, frutto della sua intelligenza unica fra gli esseri viventi. E quando il progresso permette all’uomo di aiutarlo a vivere, di permettergli di avere un cuore che gli batta anche per un solo secondo in più di quanto avrebbe voluto la natura, beh, io amo credere che Dio ne sia felice.

postato da: WG alle ore 17:13 | Permalink | commenti
categoria:cinema
20/10/2006

Se tutto dovesse andare per il verso giusto, nel prossimo mese di marzo discuterò la mia tesi su tre argomenti inerenti alle origini degli Stati Uniti d’America. Ed uno di essi è dedicato alla figura di Alexis De Tocqueville, il celeberrimo autore del saggio “Democrazia in America”. E scrivere su questo autore francese significa anche conoscere alcuni aspetti privati della sua vita, che me lo stanno facendo sentire più vicino, anzi più vivo. Ed in questo post voglio segnalare brevemente alcuni aspetti della sua vita, non facendo parlare gli studiosi, bensì lo stesso Alexis. Innanzitutto, egli nacque a Parigi il 29 luglio1805, appartenente ad una famiglia dell’antica nobiltà normanna di Francia. La sua famiglia fu travolta dagli avvenimenti della Rivoluzione francese, giacché molti suoi membri furono ghigliottinati durante il Terrore e anche i genitori, sposati da poco tempo, furono imprigionati e condannati a morte, ma sfuggirono al patibolo. Con la Restaurazione i Tocqueville furono reintegrati nel loro rango sociale ed il padre di Alexis fu assunto nell’amministrazione dello Stato come prefetto. Tra i dodici e i quindici anni fu importante per la crescita di Alexis l’abate Lesueur, a cui fu molto legato così da soffrirne incredibilmente quando seppe della sua morte. Da Boston, il 10 settembre 1831, Alexis infatti scrisse: “Aprendo il plico e non vedendo la sua scrittura, ho compreso la crudele verità. Ho sentito in quel momento, caro Edouard, il più acuto e il più cocente dolore che abbia mai provato in vita mia. E’ una di quelle sofferenze che le parole non possono esprimere. Amavo il nostro buon vecchio amico come nostro padre”. Il primo amore di Alexis si chiamò Rosalie Malye, figlia dell’archivista della prefettura. La loro storia, durata circa cinque anni, finì per la differenza sociale fra i due. Nel 1826 Alexis fu in Sicilia e di questa terra scrisse: “Questa isola somiglia al nido di un uccello da preda, è la vera dimora di un tiranno”. E prima di sbarcare nella “perla del mediterraneo” rischiò seriamente di morire, perché fu in mezzo ad una bufera: “L’uragano era ormai sulle nostre teste. Molte volte avevamo visto il fulmine cadere nel mare abbastanza vicino a noi; ogni momento temevano di andare a fondo”. Ormai prossimo alla partenza in America, nel 1831, Alexis scrisse all’amico Beaumont che: “Ma andremo poi in America? E’ una domanda che mi faccio cento volte al giorno. Non che tema molto di partire, siamo andati troppo avanti per tornare indietro, ma partiremo con la soddisfazione di fare veramente qualcosa di buono? Spesso ne dubito e questo pensiero fa nascere in me strane perplessità”. Ma Tocqueville per fortuna partì per l’America e da lì derivò il saggio che lo rese immortale nella storia della politica mondiale. Nell’ottobre del 1835 Alexis sposò Mary Mottley, donna inglese di pochi anni più anziana di lui, appartenente ad una famiglia borghese non particolarmente benestante e per di più anglicana, non bellissima. Ma qualche anno dopo sua moglie si convertì al cattolicesimo e lo fu più di Alexis stesso. Ma cosa pensò inizialmente Tocqueville sulla “Democrazia in America”? Nel gennaio del 1835 scrisse questo: “La mia fortuna più grande sarebbe forse che nessuno leggesse il libro, ed è questa una felicità che forse non mi capiterà”. Ora, comunque, per non rubare più nulla alla mia tesi, concludo qui questo post, che vuol essere un antipasto. Per concludere, comunque, annuncio che gli altri due argomenti saranno incentrati sulla Rivoluzione americana e su Thomas Jefferson.

postato da: WG alle ore 18:58 | Permalink | commenti
categoria:storia
17/10/2006

Ispirato dalla bella trasmissione televisiva di Paolo Bonolis, provo a rispondere alla domanda del titolo di questo post. Innanzitutto, esiste un grande senso della vita oggettivo, uguale per tutti. E poi vi sono miliardi di sensi della vita soggettivi, tanti quanti sono le esistenze attualmente. Ciò perché ogni uomo è diverso dall'altro, ciò perché la più grande caratteristica dell'uomo è la sua unicità nello spazio e nel tempo. Il senso della vita oggettivo è quello che sta nella vita stessa: vivere per vivere. Non c'è niente di più bello, infatti, che esistere. Anche una vita bruttissima è degna di essere vissuta e chiunque ha il diritto alla vita ed ogni istituzione ha il dovere di salvaguardarla anche contro la volontà del singolo nei confronti della sua stessa esistenza. Da ciò ne discende il mio essere contrario alla pena di morte ed alla eutanasia: entrambe sono forme di omicidio. Il suicidio non è paragonabile all'eutanasia, perché l'azione tragica di darsi la morte è esercitata attivamente dalla stessa persona, senza l'ausilio di un altro.
Nell'eutanasia occorre l'azione di un'altro individuo e dare la morte ad un individuo ha un termine ben preciso: omicidio. La pena di morte decisa dallo Stato, invece, è un omicidio di Stato. Entrambe sono contrarie alla vita e tutto ciò che è contrario alla vita è un male. Ed agire contro l'eutanasia e contro la pena di morte è un dovere etico. Peccato che in quel Paese in cui è nata la democrazia vi siano ancora leggi in qualche Stato della Confederazione che decreta la sentenza capitale. Io amo gli Stati Uniti d'America, ma amarli non significa accettarli pienamente. Ma non li odio, bensì odio la Cina, laddove non c'è nemmeno la democrazia, ma la dittatura del comunismo spogliato della sua brevissima essenza originaria positiva, cioé la lotta per l'uguaglianza, la lotta per la difesa delle parti deboli della popolazione. Ma questo aspetto del comunismo è stato presente solo nella teoria, in pratica è stato ed è tutt'altro, perché è classista, contrario alla libertà, all'uguaglianza delle condizioni. E la storia del comunismo dimostra che l'ideologia della falce e martello è contraria alla vita, a dare un senso libero ad essa. Agire contro il comunismo è anch'esso un dovere, ma politico. Abbiamo sconfitto il nazifascismo, bisogna fare lo stesso con il comunismo, bandirlo dalla vita. E poi vi sono i miliardi di sensi della vita soggettivi. Come ho già scritto all'inizio, essi sono tutti diversi. Ma c'è il miglior senso della vita? Certo. E' quello dell'Amore. Non, infatti, è senso della vita il possesso. Essere non è avere. Non, infatti, è il senso della vita la ricerca esasperata dell'avanzamento sociale. Quest'ultimo è connesso strettamente col precedente: se prima c'erano le classi sociali, oggi ci sono le classi economiche. Vivere bene significa, dunque, vivere secondo l'Amore. Se tutti vivessimo così, il mondo sarebbe il migliore possibile. Ma è più facile immaginare un asino che vola, piuttosto che un mondo solo regnato dall'Amore. Già, il mondo ha dimenticato l'essenzialità dell'Amore. Anzi, non lo ha mai conosciuto pienamente. Non è mai esistito, infatti, un mondo di Amore. Ma c'è uno stupendo libro in cui questo è raccontato, dove si dice che un giorno ci sarà. Faccio riferimento al Vangelo. Lì Gesù dice che un giorno verrà il Suo Regno. Lì Gesù dice che un giorno tornerà sulla terra. Già, un mondo d'Amore esisterà, seppur non è mai esistito. Io ci credo.

Cosa ho scritto qui, in estrema sintesi? Che il senso della vita di tutti sta nella vita stessa. Che il miglior senso della vita possibile è quello dell'Amore. Che ogni uomo ha il suo senso della vita, ma se tutti avessimo quello dell'Amore, vivremmo nel miglior mondo possibile. Che il mondo d'Amore esiste, è nel Vangelo. E anche lì Gesù ci ha promesso che un giorno semtterà di essere un'utopia, ma sarà realtà. A questo crede il Cristiano Autentico. Credo in Dio Padre Onnipotente...

postato da: WG alle ore 09:44 | Permalink | commenti
categoria:quotidianità
12/10/2006

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge presentato dal ministro delle Comunicazioni, Gentiloni, per la riforma della legge Gasparri sul settore della televisione, ai sensi del quale la Mediaset e la Rai dovranno fare a meno di un canale, da trasferire dall’analogico al digitale. Per Silvio Berlusconi, leader della Casa delle Libertà e fondatore della Mediaset ha commentato in questo modo: “Non ci credo, sarebbe un atto di banditismo e non sarebbe più una democrazia quel Paese in una parte politica andasse al governo e intendesse colpire l’avversario attraverso le sue aziende e le sue proprietà private. Non ci credo”. Ineccepibile l’ira dell’ex Premier, ma ci eravamo già accorti del pericolo per la democrazia in Italia in occasione dell’intervento del Garante della privacy che ha proibito al programma di Italia Uno, “Le Iene”, di mandare in onda il servizio sui parlamentari che fanno uso di sostanze stupefacenti. Così come ha anche affermato Pier Ferdinando Casini, gli elettori hanno diritto di sapere se i propri rappresentati si fanno o meno. Ma di certo i “cannati” (per non usare qualche altro termine più grave) della sinistra radicale non potevano correre il rischio di fare una madornale cattiva figura, anche a livello internazionale, permettendo alle Iene di mettere in onda quel servizio. Un giornale inglese ha affermato, a proposito di questa vicenda, che il Garante sulla privacy si è comportato peggio di come si comportava addirittura Benito Mussolini. E poi ormai la stampa estera sostiene che il nostro Parlamento è dopato: e come darle torto? E bisogna segnalare un’altra azione scellerata della maggioranza parlamentare, perché la Camera dei Deputati ha approvato la mozione del centrosinistra che ha stoppato il ponte sullo stretto di Messina con 272 voti favorevoli e 234 contrari. Ma bravi! Complimenti! E sono anche “incavolato nero” (pure in questo caso avrei voluto scrivere un altro termine) con i deputati della Lega Nord che hanno dato il loro voto favorevole alla mozione, facendo palesare il loro cronico atteggiamento razzista nei confronti dell’isola. A questo punto l’Assemblea regionale siciliana dovrebbe, la cui maggioranza è di centrodestra, rispondere in qualche modo e bisognerebbe cominciare una raccolta di firme per indire un referendum consultivo, così da fare capire a quelli di Roma che la Sicilia pretende il ponte! Questo Governo e questa maggioranza parlamentare hanno bisogno di una spallata al più presto: ormai collezionano soltanto schifezze, a cominciare dal decreto Bersani per finire con la finanziaria, che è stata bocciata anche dal governatore della Banca d’Italia., perché troppo basata sul fisco. Non aspettiamo che il Governo imploda, ma affrettiamo la sua fine per il bene di ognuno di noi, anche di chi ha votato per l’altra parte, che sarà strapentito per la scelta fatta l’11 aprile scorso.

postato da: WG alle ore 20:14 | Permalink | commenti
categoria:politica
09/10/2006

Dal sito del Corriere della Sera:

"La Corea del Nord ha effettuato questa mattina alle 10.36 locali (le 3.36 in Italia) il contestato test nucleare annunciato nei giorni scorsi. Lo riferiscono organi di informazione del regime di Pyongyang, secondo i quali «la sezione di ricerca scientifica ha condotto con successo un test atomico sotterraneo il 9 ottobre». A conferma della notizia c'è stata una scossa di magnitudo 3,58 Richter registrata in Corea del Nord dai servizi di intelligence sudcoreani. Analoga conferma è giunta anche da un centro sismologico in Australia. Anche l'Istituto nazionale di geofisica americano ha «localizzato un’attività sismica» di magnitudo 4,2 della scala Richter a circa 385 chilometri da Pyongyang, sotto il livello del mare".

Non si starà a guardare, vero? Si è fatta la guerra all'Iraq per le armi di distruzioni di massa, mai usate in battaglia dall'esercito di Saddam Hussein. Ed ora? Quello Stato comunista possiede l'arma più micidiale, l'arma capace di disintegrare la vita umana in pochissimi momenti. Il mondo deve dare una risposta immediata, ferma e rigida. Le parole non possono bastare.

postato da: WG alle ore 09:41 | Permalink | commenti
categoria:politica
04/10/2006
C’è scetticismo nei confronti dell’efficienza della politica da parte della maggioranza della gente. Tra i luoghi comuni più celebri vi è quello, ad esempio, che gli attori della politica siano propensi soltanto al proprio interesse, approfittando di una qualsivoglia posizione ottenuta grazie al consenso degli elettori. “Altro che perseguimento del bene comune, i politici agiscono esclusivamente per se stessi e per coloro che ci stanno attorno”: alzi la mano chi non ha mai detto, pensato o sentito da qualcun altro questo pensiero. Ora, una delle conseguenze di ciò è naturalmente addebitabile a molti politici del presente e del passato di qualsiasi livello, ma non alla politica in sé. Già, la politica non c’entra nulla con il sentimento di rassegnazione dei cittadini nei confronti del politico, considerato come uno che tende a mangiare di più degli altri in più banchetti possibili, come uno il cui unico scopo è quello di essere l’unico gigante in un mondo di nani. La politica, infatti, rimane un arte; anzi è l’arte per eccellenza, che mira al bene comune, occupandosi dei problemi relativi alla “polis”, oggi traducibile in italiano con i termini “Stato”, “Regione”, “Provincia” e “Comune”, in relazione all’ambito della sua applicazione. E la politica non è un mero affare dei politici, bensì dell’intera “polis”, costituita da animali politici, cioè noi tutti. I protagonisti della politica, dunque, non sono i rappresentanti, denominati superficialmente e semplicisticamente politici, bensì i rappresentati. Con ciò non sostengo che i primi non siano importanti, anzi rivestono una rilevanza fondamentale, in quanto sono i ponti che uniscono la “polis” con la “politeia”. Sono più che necessari; sono essenziali, a patto che siano virtuosi. Inoltre, rientrano anche nella seconda categoria. E dal momento che politici, siamo tutti, il miglior modo per chiamare i rappresentati è forse quello di “incaricatidotati di rappresentatività, le cui cariche principali sono attribuite in democrazia dal consenso espresso col suffragio, che è universale. Politico, dunque, sono io, così come lo è il mio vicino di casa e così come lo è il macellaio, il fruttivendolo ed il pescivendolo. Così è sin dalle origini della politica. Oggi, però, questa apparentemente semplice verità è stata contorta e la politica è diventata un affare esclusivo dei rappresentanti e l’unico ruolo del rappresentato sembra essere soltanto quello di barrare con una croce il simbolo di un partito al momento di una consultazione elettorale. Questo è il frutto acerbo di tanti errori commessi. Ed è per questo che lo scopo principale della politica oggi deve essere quello di far rientrare i rappresentati nella politica attiva, dalla sua porta principale. Altrimenti si correrà il rischio che la “politeia” si frantumi definitivamente in tanti “microcosmi” e che si alzi un muro invalicabile tra le istituzioni e i cittadini. Già siamo purtroppo a buon punto. Ora, io sono un cittadino di Palermo, di una grande “polis” e so che c’è la possibilità di vivere un modo oggi nuovo di interpretare la politica, che coincide paradossalmente col modo antico. C’è la possibilità che “associazioni, movimenti, circoli, e cittadini” siano “protagonisti del futuro amministrativo” di Palermo. C’è la possibilità, dunque, che la politica ritorni alla “politeia”. Ed io non posso non condividere questa possibilità con gli altri della mia “polis”. Ed è per questo che vi invito ad un forum, in cui laici e cattolici saranno insieme per le libertà e per le riforme, promosso dai Circoli d’Iniziativa Riformista del senatore Carlo Vizzini. Io e moltissimi altri saremo, dunque, all’Hotel Villa Igea, domenica prossima alle dieci del mattino. Saremo lì perché avremo voglia della vera politica, saremo lì perché a noi tutti sta a cuore il futuro di Palermo.
postato da: WG alle ore 10:13 | Permalink | commenti
categoria:politica