Avevo undici anni e mi trovavo a Bolognetta, un piccolo paese in provincia di Palermo, nella villa estiva del fratello più grande di mio padre. Stavo giocando con lo yorkshire di mia cugina e ad un certo punto i miei occhi sono stati attratti dalla televisione, accesa già da prima, sintonizzata su un canale della Rai. La trasmissione viene interrotta per dare spazio ad una edizione straordinaria del TG ed un cupo giornalista annunciava a tutta quanta l’Italia che un altro attentato era da poco avvenuto a Palermo, nella zona della Fiera del Mediterraneo, ma ancora non si sapeva chi fosse la vittima. I miei zii pensarono subito ad Ayala, ma qualche tempo dopo fu fatto il nome di Paolo Borsellino, il giudice che qualche giorno prima in un intervista per canale 5 aveva detto che si sentiva, dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, “un morto che cammina”. Mi ricordo di avere avuto una sensazione di immediato timore, perché nella mia città per ben due volte nel giro di due mesi, si era usata la forza più brutale per eliminare i nemici della Mafia, quelli che poi sarebbero diventati agli occhi di tutti i benefattori della Sicilia onesta. Vidi le immagini della tragedia a casa mia, dove ci ritornammo subito dopo, perché mio padre aveva paura di rimanere imbottigliato nel traffico della statale, e forse perché aveva timore che poteva accadere qualcos’altro. La strada dell’attentato era la via D’Amelio, che visitai qualche giorno dopo, notando la distruzione nelle finestre degli appartamenti dei palazzi, e non solo di quelli prossimi al luogo della detonazione. Se la strage di Capaci aveva aperto gli occhi del palermitano che dormiva nel suo letto, con i tappi alle orecchie, la strage di via D’Amelio lo aveva fatto alzare subito dal letto, arrabbiato come una tigre affamata. Nacque il senso del “basta”, la voglia di una cultura diversa, di svestirsi dagli abiti omertosi, di fare in modo che la città di Palermo diventasse più sicura per i bambini, invece che un luogo in cui non si poteva più essere sicuri di ritornare a casa sani, dopo una breve uscita. E molti cominciarono ad avercela con lo Stato, assente, quello della Prima Repubblica, che era ormai giunto al capolinea, grazie all’attività che si stava svolgendo a Milano, grazie a Tangentopoli. Alcuni parlavano addirittura d’indipendenza da Roma. I funerali della scorta si tennero alla Cattedrale, e lì la gente avrebbe voluto avere tra le mani i politici che avevano deciso di assistere alla messa. Li ritenevano colpevoli di avere abbandonato gli unici uomini che volevano una Sicilia diversa, non calpestata dalla cattiveria mafiosa, presuntuosa ed arrogante, ma soprattutto assassina. Ma quei siciliani che si arrabbiarono erano gli stessi che prima della morte degli eroi preferivano starsene in silenzio, perché pensavano esclusivamente alla loro pelle, e poi a qualcuno la Mafia conveniva, perché faceva trovare anche lavoro in cambio di qualche piccolo favore. La colpa della loro morte era di tutti, ma nonostante ciò, Falcone e Borsellino, innamorati della Sicilia, decisero lo stesso di sacrificarsi, perché entrambi sapevano che prima o poi sarebbero stati spediti anzitempo dall’altra parte. Ne valeva la pena per quella Sicilia? No, ma ne è valsa la pena per la Sicilia di oggi, cambiata e trasformata, anche se la Mafia esiste ancora, ma deve rimanere necessariamente celata e deve limitare la sua violenza, perché non ha più l’appoggio del silenzio della collettività. Già, schifosi mafiosi, noi siciliani onesti siamo la maggioranza e grazie a quei due e a tutti gli altri martiri. Paolo, non ti dimenticheremo mai, sei il nostro eroe.